Vivono in 20 in una stanza di un quartiere senza nome con strade dove i palazzi, alti e quasi attaccati, non lasciano passare la luce. Ma la domenica indossano i loro vestiti migliori e si incontrano nel Centro per i rifugiati sudanesi messo a disposizione dai missionari comboniani per pregare, cantare, chiedere aiuto, e ricostruire l’anima e il corpo di una comunità martoriata dalla peggiore e più dimenticata crisi umanitaria in atto al mondo.
Il Cairo ospita la più grande comunità di rifugiati sudanesi: 850 mila quelli registrati, ma si ritiene che siano ben oltre il milione e si aggiungono a un totale di immigrati che sfiora i 10 milioni. L’Egitto li ha accolti a braccia aperte e perlopiù senza pregiudizi, accollandosi per anni l’onere di un’integrazione sempre più difficile con l’aumentare delle presenze.
I missionari comboniani e la Chiesa cattolica di rito latino, a cui appartiene la maggioranza degli abitanti del Sud Sudan (indipendente dal 2011 ma di fatto ancora legato al resto del Paese), hanno fatto e continuano a fare molto per dare conforto a famiglie smembrate, a donne sopravvissute a stupri e violenze, ai loro figli, molti nati al Cairo, la prima generazione cresciuta senza la guerra. Altri, testimoni di orrori senza fine.
La ‘chiesa’ dove si tiene la Messa domenicale è un grande cortile coperto da una tenda all’interno del Centro dedicato a Santa Bakhita, l’unica santa sudanese, una religiosa poi naturalizzata italiana e morta a Schio (Vicenza) nel 1947. Nel centro c’è anche una scuola, dall’asilo alle medie, gestita dai Comboniani. La Messa la celebra padre Mina Anwer, 38 anni, che supporta la comunità sudanese da anni, dando il cambio ad altri prima di lui.
I fedeli si raccolgono nella sala fin dal primo mattino: i bambini da una parte, ai lati dell’altare gli adulti, in gran parte donne. Molti uomini sono morti nei combattimenti, spesso dopo aver speso ogni loro avere per mettere al sicuro mogli e figli. E’ una messa africana, piena di canti, tamburi, abbracci, sorrisi e strette di mano che non risparmiano noi giornalisti, l’ANSA e un fotoreporter ungherese con una lunga esperienza di guerre. Padre Mina ha un sorriso accogliente, ci presenta e ci chiede di rivolgere qualche parola a fine messa, tra il nostro imbarazzo e la speranza che qualcuno porti fuori la loro voce che grida un desiderio di pace.
Alla fine della celebrazione qualcuno si avvicina: Karim ha studiato alla scuola italiana di Khartum, anche quella dei Comboniani, ha voglia di parlare in italiano e ci presenta il figlio di 4 anni. Cristina si avvicina a padre Mina con il fratellino e chiede qualche moneta: i suoi genitori sono in due prigioni diverse e con loro è rimasta solo la nonna. “Sono tante le famiglie smembrate – spiega padre Mina – , a volte i rifugiati, che qui non hanno uno status vero e proprio, vengono arrestati perché senza documenti”. Altre volte per piccoli reati legati perlopiù a rivalità locali, perché la vita ad Arbawnos (un nome che in arabo vuol dire 4 e mezzo, gli acri che la separano dal centro della città) non è tutta rose e fiori. Qui abitano soprattutto sudanesi della tribù dei Nuba, provenienti dalle montagne del Kordofan meridionale. A Sakakini, un altro quartiere del Cairo, dove c’è la parrocchia del Sacro Cuore, anche questa dei comboniani, vivono invece molti Dinka, il più grande gruppo etnico del Sudan del Sud. A Maadi, ai margini di un quartiere elegante, abitano i Nuer, in origine popolo di pastori dell’Alto Nilo.
Il governo egiziano, d’intesa con una ong, sta cercando di favorire i rimpatri e gli arrivi sono un po’ diminuiti, anche se i combattimenti in Sudan non accennano a placarsi. Il Cairo ha chiesto un aiuto internazionale e gli Stati Uniti hanno recentemente risposto con 24 milioni di dollari affidati al Programma alimentare mondiale. L’Europa latita nonostante non sia estranea al traffico di oro e materie prime all’origine di questa sporca guerra che in 3 anni ha mietuto quasi 200mila morti e spinto 14 milioni di persone ad abbandonare le proprie case. Senza contare le fosse comuni e i morti nel deserto tentando la fuga.
Intanto, qui al Cairo, qualcuno respira un po’ di pace mentre in Sudan la stagione delle piogge sta rendendo più difficile anche trovare il cibo per chi è rimasto.
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