Ranucci al contrattacco: ‘Finto attentato? Denuncio per diffamazione’

    1

    Sigfrido Ranucci passa all’attacco e nella vicenda dell’attentato ai suoi danni non ci sta a passare da “vittima a presunto beneficiario”. Il conduttore di Report – tramite il suo legale Roberto De Vita – ha presentato una denuncia in cui ipotizza i reati di diffamazione pluriaggravata e altri reati.

    Un’iniziativa legata alla “diffusione di dichiarazioni, articoli di stampa” che hanno – a suo dire – formulato “congetture ed insinuazioni” che lo fanno apparire “mediante esplicite allusioni” come beneficiario della bomba fatta esplodere il 16 ottobre sotto casa sua a Pomezia. E si muove anche la politica: il ministro delle Imprese Adolfo Urso, da cui dipende il contratto di servizio della Rai, ha scritto una lettera ai presidente delle Camere e una seconda all’Ad Giampaolo Rossi in cui chiede che gli “organi preposti agiscano come previsto dal contratto di servizio della Rai, al fine di garantire che il giornalismo d’inchiesta, massima espressione del servizio pubblico, sia realizzato in condizioni tali da assicurare piena affidabilità”. Nella lettera a Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, Urso ha richiamato anche l’urgenza che sia ricostituita al più presto la commissione parlamentare di Vigilanza Rai. Per il legale di Ranucci, quanto sta comparendo su alcuni organi di stampa in questi giorni, dopo che è emerso il nome dell’imprenditore Valter Lavitola come presunto mandante, sembra suggerire la pista “di un finto attentato”. Ricostruzioni che hanno una “ricaduta umana e professionale di inaudita gravità”.

    Oltre a quella a nome del solo Ranucci, il legale ha trasmesso ai pm di piazzale Clodio una seconda denuncia che in calce ha le firme dei giornalisti Daniele Autieri, Giorgio Mottola, Paolo Mondani, Giulio Valesini, Luca Chianca e degli altri della redazione di Report, in cui si ipotizzano i reati di rivelazione del segreto d’ufficio e del segreto investigativo. L’atto è relativo alla “rivelazione di notizie ed estratti di atti, coperti dal segreto di indagine ed in particolare di contenuti di intercettazioni telefoniche – spiega -, di brogliacci e di verbali di sommarie informazioni testimoniali, relative all’indagine tuttora in corso e di elevatissima delicatezza”. I denuncianti fanno riferimento a quanto pubblicato sui quotidiani Il Domani e La Verità. Materiale che porterebbe – è detto nell’esposto – ad un “grave pregiudizio alle investigazioni, aggravamento dell’esposizione al rischio e pregiudizio reputazionale per l’uso parziale e strumentale a narrazioni distorte”. La denuncia, precisa De Vita, “non riguarda la pubblicazione da parte dei giornalisti ma la rivelazione fatta da soggetti tenuti al segreto”. Intanto le indagini vanno avanti.

    Gli inquirenti vogliono accertare quante volte, negli ultimi anni, Lavitola sia stato fisicamente presente nella redazione di Report e per quale motivo. Questo aspetto della vicenda viene ritenuto dai pm della Dda di piazzale Clodio di “interesse investigativo” e risposte potrebbero arrivare dall’analisi dei tre cellulari e delle due pen drive trovate nel corso della perquisizione a Lavitola, avvenuta il 4 luglio scorso nella sua abitazione a Monteverde Vecchio. Gli inquirenti stanno anche analizzando le molte interviste e dichiarazioni fatte da Lavitola in questi ultimi giorni per capire se si tratta di una strategia per inviare “messaggi” o di una vera e propria attività di depistaggio. Le verifiche potrebbero riguardare anche il B&B di proprietà di Lavitola che avrebbe ospitato anche giornalisti della trasmissione di Rai Tre. E si fa sentire, dal Camerun per dire che non tornerà in Italia, anche Clesio Gomes Tavares, factotum di Lavitola e ritenuto dagli inquirenti l’intermediario con la banda che ha piazzato l’ordigno. “Avevo già preso pure il biglietto, dovevo tornare giovedì però ho parlato con il legale locale, mi ha detto visto come stanno le cose forse loro non ti lasciano ritornare qui in Camerun. E io adesso sto facendo un lavoro che non mi posso fermare”. Ma Lavitola lo ha sentito? “Mi ha scritto che ci sono stati la polizia, i Carabinieri e che è meglio che non ci sentiamo più”.

    Quanto all’ipotesi di nuove iscrizioni nel registro, chi indaga mantiene il più stretto riserbo. Sui suoi profili social il giornalista Massimo Giletti sostiene che oltre a Lavitola anche una terza persona “avrebbe recitato un ruolo importante in questa vicenda. Un personaggio conosciuto – prosegue – frequentatore del ristorante “Cefalù”, di proprietà di Lavitola”. A detta di Giletti, gli inquirenti “si stanno domandando se il ruolo che ha recitato questo ‘terzo uomo’ è un ruolo consapevole o inconsapevole”. Il dato “che vi posso dare è che lui è estremamente preoccupato visto tutto quello che sta succedendo”, aggiunge.

    Riproduzione riservata © Copyright ANSA