Via le truppe Usa dall’Europa, gli alleati messi alle strette sulla spesa per la difesa, e il vecchio continente costretto a farsi carico della propria sicurezza. E‘ il programma della Nato 3.0, la nuova Alleanza atlantica che l’amministrazione americana vuole forgiare. Non usa, ancora una volta, mezzi termini il Segretario americano alla Guerra, Pete Hegseth, che da Bruxelles torna a strigliare i ministri della Difesa per lo scarso contributo all’Alleanza e per aver negato mezzi e basi all’operazione di Donald Trump in Iran: “è stato vergognoso, questi alleati hanno messo a rischio i figli e le figlie dell’America, i nostri figli e le nostre figlie”, è il suo j’accuse. Il segretario americano se la prende anche con le medie potenze “propense a parlare di un ordine internazionale basato sulle regole” che ancora pensano di essere nell’era del ‘passaggio gratis’, degli scrocconi”.
E non bastano le rassicurazioni di Mark Rutte, che snocciola le cifre dell’impegno di Europa e Canada nel 2025: hanno investito oltre 90 miliardi di dollari in più rispetto all’anno precedente, un incremento di quasi il 20% in un solo anno. Dopo la Nato 1.0, concepita da Truman e organizzata militarmente da Eisenhower e la Nato 2.0 post-Guerra fredda, “un’era di distrazione, deindustrializzazione, smilitarizzazione e di opportunismo”, dice Hegseth, ora bisogna tornare alle origini. Ecco perché il nuovo corso di Washington procederà nei prossimi sei mesi a una revisione della propria presenza sul territorio del Vecchio Continente, non più giustificata dalla nuova realtà, secondo l’amministrazione Trump. Non solo: verrà introdotto un “approccio innovativo” per cui “i contributi annuali Usa saranno subordinati al raggiungimento degli obiettivi di spesa per la difesa da parte degli altri Paesi”, avverte. “Laddove gli altri alleati non spenderanno con urgenza, questi diminuiranno. Sarà una strada a doppio senso” e “terremo d’occhio gli alleati che non lo fanno o aspettano”, è la minaccia.
Una “trasformazione epocale” la definisce il Segretario generale Rutte, nel tentativo di tenere assieme, con una certa dose di equilibrismo, i 32 alleati. Ma l’irritazione alla Nato, questa volta, trasborda l’usale discrezione militare dell’Alleanza. Complici, chissà, anche le indiscrezioni della stampa americana, secondo cui l’idillio tra Trump e Hegseth sarebbe ormai finito. “È un disco rotto”, confida una fonte alleata, precisando che gli europei “stanno aumentando” il budget per la difesa e le “contribuzioni” all’assetto militare della Nato per compensare i tagli degli Usa. Più posata la reazione dell’Italia. “La Nato non è un club di amici lettori, chi vi partecipa deve mettersi in testa di partecipare con lo stesso peso di tutte le nazioni. Questo ci siamo impegnati a fare e questo dovremmo fare nei prossimi anni. Un cambio epocale per noi”, afferma il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Insomma, “se si vuole far parte della Nato, si rispettano gli impegni. Altrimenti si decide di star fuori, ma a quel punto difendersi costerebbe mille volte di più”, avverte il ministro, definendo “credibile” il piano approvato dal Parlamento l’anno scorso, inciampato nei vincoli del Patto di Stabilità e per la mancata uscita dalla proceduta per eccesso di deficit. Il dibattito, in Italia, è quanto mai attuale mentre a Bruxelles attendono ancora che il governo aderisca al programma Safe. “Non c’è alternativa, qualunque sia la maggioranza e la forza politica che guida il Paese”, e il ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti “ne è consapevole”, sottolinea Crosetto, cercando tuttavia di spegnere sul nascere qualsiasi nuova tensione. “Io so i tempi e le modalità, il quantum non” dipende “da me, tutto il resto lo stiamo gestendo, non c’è polemica su questo”, replica a distanza il titolare del dicastero di via XX Settembre, che nella prossima legge di bilancio dovrà prendere decisioni non facili.
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