Un artista in campo, un genio che “non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui”. Evaristo Beccalossi è morto e con lui se ne va un pezzo di storia del calcio italiano e dell’Inter, di cui è stato una bandiera: un racconto fatto di emozioni, dribbling e brividi che il calcio puro del fantasista regala, o forse regalava.
Perché il ‘Becca’ era ‘un poeta del pallone’, uno di quei giocatori in via d’estinzione, dotato di grande tecnica, ma anche discontinuo, capace in anni non troppo gloriosi di rilanciare l’orgoglio nerazzurro. Beccalossi era così. “Ho sempre giocato per divertirmi, non per faticare” raccontava.
Avrebbe compiuto 70 anni tra pochi giorni, ma da un anno le sue condizioni di salute erano critiche dopo un malore accusato a gennaio 2025 e un lungo periodo di coma. E’ morto nella notte nella clinica Poliambulanza a Brescia, dove era ricoverato e dove è stata subito allestita la camera ardente: lascia la figlia Nagaja e la moglie Danila. I funerali si svolgeranno venerdì nella Chiesa Conversione di San Paolo, nella città lombarda dove era nato il 12 maggio 1956.
Fantasista mancino, colonna dell’Inter, Beccalossi grazie al suo estro, all’imprevedibilità è entrato nel cuore dei tifosi nerazzurri. “Sempre uno di noi”, scrive il club. Il talento di Beccalossi era finito anche sul taccuino di Gianni Brera che lo definì con un epiteto dei suoi ‘Dribblossi’, omaggio a quella indiscussa e ammirata abilità. Nato in una famiglia come tante, il papà operaio e le giornate intere passate a giocare all’oratorio, Beccalossi si fece però notare presto per le sue doti.
Arrivò così la chiamata delle Giovanili del Brescia, dove alle prime difficoltà ad incasellarsi in moduli e schemi abbinò la tenacia e l’ostinazione di chi con la palla vuole fare tutto. Destro di nascita, per questo motivo esercitò il sinistro contro il muro, con costanza, tanto da diventare mancino o meglio ambidestro. “Il muro – disse – per me era compagno di gioco e maestro”.
L’approdo all’Inter nel 1978. Un ragazzino tra i grandi. “Quella maglia la ricordo di un peso incredibile”, raccontò più avanti lui che in sei stagioni la indossò 215 volte, vincendo uno scudetto e una Coppa Italia e segnando 37 gol. “Con Beccalossi e Pasinato vinceremo il campionato”, il coro che ha fatto storia. Con Bordon, Baresi, Altobelli (‘Spillo’ e Beccalossi hanno costituito una delle coppie più emblematiche del calcio) , Caso, Bini, Marini, Oriali, Canuti, Pasinato, Muraro, Mozzini, Pancheri, Ambu, Cipollini, Occhipinti e, ovviamente, Evaristo Beccalossi, il 10 di quella squadra, va alla conquista del 12esimo scudetto.
Genio e sregolatezza perché i calciatori che sanno dialogare col pallone, che vivono di dribbling, sono spesso un po’ ribelli, difficili da ingabbiare in schemi e centimetri definiti sul campo, devono spaziare, vivere il calcio liberi. Spontaneità ma anche magia.
Come la doppietta sotto la pioggia nel derby dell’ottobre 1979 e la leggenda che racconta di come si avvicinò ad Albertosi dicendo “Sono Evaristo scusate se insisto”. Vittorie e sconfitte, gioie e sofferenze. Come i due rigori sbagliati in otto minuti nella semifinale di Coppa Uefa contro lo Slovan Bratislava, stagione 1982-1983. Becalossi pensò che un errore così gli sarebbe costato l’affetto dei tifosi, ma l’amore non si poteva scalfire e San Siro la partita successiva lo accolse con la solita ovazione.
Anzi, quella partita divenne iconica tanto che Paolo Rossi la portò a teatro con un monologo in cui parlò di “talento della cultura mondiale che ha fatto sì che alcuni di noi, se pur perdenti, si ritenessero destinati ad una vittoria futura e possibile”. Beccalossi fu parte della cultura degli anni Ottanta, quando alle immagini col pallone tra i piedi si associavano le note dei Pink Floyd.
Con la Nazionale sfiorò soltanto la convocazione ai Mondiali dell’Italia di Bearzot. Un rammarico grande ma vissuto con la leggerezza di un ragazzo che ha saputo guardare avanti, passando anche a commentare in tv quel calcio che tanto lo aveva divertito. Ma non era l’unica cosa della sua vita, che è stata piena, lui che si definiva un calciatore ‘da gestire’ e che ora lascia un grande vuoto, soprattutto nella famiglia Inter. Che omaggia quel giocatore “praticamente onnipotente con i piedi”, un artista che faceva innamorare del calcio.
L’Inter: ‘Ci sembra impossibile, Beccalossi sempre uno di noi’
“Ci sembra impossibile. Nelle pieghe dei ricordi e nella vita di tutti i giorni, Evaristo era sempre uno di noi. Ineffabile, come i suoi dribbling, unico, come il suo modo di trattare il pallone”: è il lungo messaggio di cordoglio dell’Inter per la scomparsa di Evaristo Beccalossi, talentuoso numero 10 dell’Inter morto nelle scorse ore.
Acquistato dall’Inter al termine della stagione 1977-1978, in nerazzurro collezionò sei stagioni 216 presenze, tra campionato e coppe, realizzando 37 reti, tra cui una doppietta nel derby vinto per 2-0 il 28 ottobre 1979.
Campione d’Italia nella stagione 1979-1980, l’anno dopo arrivò alla semifinale dell’allora Coppa dei Campioni e vinse anche la Coppa Italia 1981-1982. “Il talento non si impara. È un dono – scrive il club in un comunicato -, al massimo lo si alleva, con la testardaggine di chi è destro di piede e fin da bambino allena il sinistro nel garage di casa fino a diventare mancino, ambidestro, praticamente onnipotente con entrambi i piedi. Quello di Evaristo Beccalossi era limpido, abbagliante, in contrasto con una continuità di rendimento che a volte veniva meno nel corso delle partite ma che, sempre, gli veniva perdonata, dai compagni e dai tifosi”.
“Fantasista: precisamente, Beccalossi. Gianni Brera lo aveva ribattezzato ‘Driblossi’. L’arte di dribblare, di saltare gli avversari: azzardi sfrontati, quasi sempre riusciti, con leggerezza. Il bello del calcio – continua il lungo ricordo del club nerazzurro – il modo più romantico per far innamorare i tifosi. Coi riccioli che ciondolavano sulle spalle, con la sua cadenza inconfondibile in mezzo al campo, dava carezze al pallone. Nessuno, meglio di Peppino Prisco, ha fotografato l’iconicità di Evaristo: ‘Lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui. Lui non lo calciava, l’accarezzava riempiendolo di coccole'”.
“Le coccole di Evaristo sono state tante, dentro e fuori dal campo, negli anni in nerazzurro – dal 1978 al 1984 – e poi dopo, nella vita da ex calciatore, sempre al fianco dell’Inter, sempre dentro il calcio, tra Federazione, ragazzi da ispirare e far crescere. Da fantasista anche lì. Destro, sinistro, gol e visione di gioco. Oriali, Marini, Baresi correvano, Beccalossi inventava. E segnava, forniva assist – continua l’Inter – dipingeva traiettorie. A volte a intermittenza, a volte in maniera folgorante. Con la schiettezza e la naturalezza che lo ha sempre contraddistinto, ammetteva candidamente, senza paura di essere giudicato, perché il suo forte era anche quello: ‘Quando arrivavo a San Siro i compagni non sapevano se avrebbero giocato in 10 o in 12: dipendeva solo da me’.
La numero 10 sulle spalle: arrivò all’Inter dal Brescia, la squadra della sua città, nel 1978 e si trovò catapultato dentro un Meazza che lo accolse subito spellandosi le mani. D’altronde la segnalazione a Sandro Mazzola – suo predecessore con la 10 e all’epoca dirigente nerazzurro – arrivò dopo una partita in cui dribblò cinque giocatori, prima di fallire il gol davanti al portiere. Il manifesto della sua immensa bravura e anche della sua volubilità, così particolare e al tempo stesso magnetica.
‘Con Beccalossi e Pasinato vinceremo il campionato’. Molti di noi non erano ancora nati, in quel 1980, ma quel coro accompagnò l’Inter di Bersellini verso il 12° Scudetto. Con Bordon, Baresi, Altobelli, Caso, Bini, Marini, Oriali, Canuti, Pasinato, Muraro, Mozzini, Pancheri, Ambu, Cipollini, Occhipinti e, ovviamente, Evaristo Beccalossi, il 10 di quella squadra. Sette gol, due nel derby dell’8 ottobre 1979. Un destro al volo di una leggerezza inarrivabile, su un campo senza erba, solo di fango. E un altro gol per chiudere una stracittadina solo nerazzurra.
Più dei gol, 37 in 215 apparizioni, più dei titoli – uno Scudetto e una Coppa Italia – Beccalossi è sempre stato l’uomo dei sogni: quello che ti poteva regalare una magia, in qualsiasi momento, e pazienza se non arrivava, tu lo avevi in campo e bastava quello, sapere di poter assistere, presto o tardi, a un dribbling, a una traiettoria impensabile. E pazienza, se in una notte di coppa, arrivarono due errori dal dischetto nel giro di cinque minuti. Ancora una volta, geniale anche in questo caso, pur senza meriti, si trasformò questa serata storta in un qualcosa di artistico: il monologo portato a teatro dall’attore Paolo Rossi.
‘La cosa più bella a mio avviso era che il popolo interista si identificava in noi. Ho lasciato un buon ricordo anche al giorno d’oggi’. Non solo un buon ricordo, ma anche un orgoglio profondo nell’aver avuto il ‘Becca’ nella storia del Club. E quella malinconia che si mischia alla tristezza profonda di queste ore ci accompagna con l’ennesimo dribbling della vita di Evaristo”, conclude il club.
Collovati: ‘Un grande, ce ne fossero ora di 10 come te’
“Caro Becca, eri un grande, a volte incompreso, ce ne fossero di 10 come te ora!”. Fulvio Collovati, campione del mondo ’82, ricorda così Evaristo Beccalossi, l’ex calciatore morto stanotte a 69 anni. “E’ stato un onore aver giocato insieme a te” il post sui social di Collovati che con Beccalossi ha condiviso l’esperienza in campo con la maglia dell’Inter.
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