A differenza di altre organizzazioni come quelle del sudest asiatico che agiscono prevalentemente online, le cinque mafie italiane – considerando quella garganica e quella del Salento – mantengono alcune caratteristiche che sono nel loro Dna: struttura gerarchica, verticistica o disarticolata come la ‘ndrangheta, e hanno ancora regole rigidissime, codici comportamentali e continuano, sia pure in modo meno eclatante, a fare uso di intimidazioni e violenza. A fare l’analisi dell’evoluzione delle mafie italiane, dalla Convenzione di Palermo firmata nel 2000 a oggi, è Giovanni Gallo, capo della Sezione dell’Ufficio delle Nazioni unite contro il crimine organizzato (Unodc), presente alla cerimonia a Palermo per l’anniversario della strage di Capaci, e dove è stato reso noto il primo rapporto globale sulle mafie internazionali con 95mila omicidi volontari all’anno, un numero pari alle vittime delle guerre nel mondo. Pur mantenendo alcuni capisaldi e riti tradizionali, le organizzazione mafiose in Italia, spiega l’ufficio dell’Onu, “hanno acquisito una capacità camaleontica che consente di stringere alleanze di convenienza in tutto il mondo e non solo con altre associazioni criminali ma anche e soprattutto con cellule terroristiche nella misure in cui ciò costituisca un vantaggio, una opportunità, una convenienza”.
“Nella regione della Tripla Frontera (Argentina, Brasile e Paraguay) si registrano presenze di cosche di ‘ndrangheta, di esponenti di cartelli sudamericani che si sono spostati dalla Colombia al sud dell’America Latina e cellule di Hezbollah che facilitano il riciclaggio del denaro, l’accesso alle rotte del traffico anche verso il Medioriente e che in cambio ottengono finanziamenti per le attività terroristiche – dice Gallo – Questi sono fenomeni evolutivi di convenienza molto più recenti, ci sono poi collegamenti tra le mafie italiane e quelle dell’Africa occidentale nel delta del regione del Lagos, della Nigeria, dove opera Boko Haram e il Sahel è diventata una rotta del narcotraffico primaria in alternativa all’ingresso della cocaina in Spagna, in Portogallo, a Rotterdam. E poi ci sono i collegamenti con le mafie del sud-est asiatico per le grandi frodi”. A livello globale, prosegue il rappresentante dell’Onu contro il crimine organizzato, si può parlare di “una multinazionale, con intermediari e segmenti criminali che prendono in appalto parte della filiera del narcotraffico, perché non c’è più una organizzazione che segue il container dalla coltivazione della foglia di coca fino al porto di Gioia Tauro: non è più così.
“C’è un sistema di subappaltato a singole agenzie che si occupano dell’arrivo di container nel nord Europa, dello stoccaggio della droga in appartamenti presi in affitto, della distribuzione”. E “abbiamo evidenze di corsi di formazione, veri e propri workshop, per i corrieri della droga su come sdoganare le partite di sostanze stupefacenti, su come nasconderle e procedere alla distribuzione più capillare”. Per l’ufficio dell’Onu “non è un fenomeno con cui si può e si deve imparare a convivere. “Concentrarsi solamente sulle attività di repressione non è sufficiente – osserva Gallo – E’ indispensabile andare alla radice del problema, sulle droghe come l’eroina o la cocaina bisogna andare a vedere le condizioni dei campesinos nella regione andine, in Colombia, in Bolivia e in Perù per capire come non sia una scelta quella di coltivare le cosiddette droghe botaniche ma una necessità, come lo è per i coltivatori del Myanmar con i campi di oppio. In Birmania l’oppio viene irrigato dalle piogge monsoniche e il contadino non deve fare nulla, poi viene il narcotrafficante che tre volte l’anno raccoglie, paga e va via”.
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