Il dolore attraversa tutta la Terra Santa ma le situazioni “non sono tutte identiche”. Non si può “stilare una graduatoria della sofferenza” ma “esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato”. Lo scrive il cardinale di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, in una lettera pastorale ai fedeli della sua diocesi sottolineando che “le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità”. Serve “guarigione dall’odio e dalla memoria tossica”.
Dopo il dramma di Gaza, ora emerge con forza quello della Palestina dove “la situazione si deteriora di giorno in giorno”, “è lì che si sta decidendo il futuro del conflitto israelo-palestinese. Aumentano le aggressioni causate dall’occupazione – ricorda il cardinale Pizzaballa – e dalla totale assenza dello Stato di diritto, con un continuo aumento degli insediamenti”. Per il Patriarca “se non si interrompe questa deriva, il rischio è la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente che erode ogni possibilità di una soluzione giusta e condivisa”.
“Mi sono chiesto più volte: quante persone in queste ultime guerre del nostro territorio sono morte ‘per decisione di un algoritmo?'”., confida il cardinale di Gerusalemme nella lettera pastorale, “frutto faticoso e sofferto”, come lui stesso premette, della sua “riflessione e preghiera”.
Nel conflitto è infatti entrata massicciamente anche l’intelligenza artificiale che solleva “altri interrogativi etici a cui non eravamo preparati”. Ma se in questo contesto doloroso “la vita politica e le istituzioni civili sembrano incapaci di uno sguardo lungo che offra prospettive”, ci sono associazioni e movimenti che credono e operano per immaginare un futuro diverso. “La debacle del sistema internazionale, in questo, ha almeno il merito di avere restituito visibilità e dignità a chi non aveva mai smesso di lavorare sul campo”.
Resta lo smarrimento con termini che “appaiono logori e svuotati di significato”: “convivenza”, “dialogo”, “giustizia”, “diritti umani”, “due popoli due stati”. Pizzaballa affronta anche la questione della strumentalizzazione dei luoghi santi sottolineando che “dovrebbero essere spazi di preghiera” e invece “vengono invocati per giustificare violenze, occupazioni, terrorismo”. “Questo abuso del nome di Dio credo sia il peccato più grave del nostro tempo”, commenta il Patriarca.
La guerra in Medio Oriente non rappresenta “solo un conflitto locale. E’ il sintomo di una crisi molto più profonda, di un cambiamento di paradigma a livello globale”. Alla debolezza del sistema multilaterale c’è il fatto che “la guerra è diventata oggetto di un culto idolatra” e “i civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo”, scrive ancora.
“La guerra agisce come fine a se stessa” e “alcune potenze mondiali che un tempo si presentavano come garanti dell’ordine internazionale, rivelano oggi un volto diverso: scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici”, scrive il cardinale senza tanti giri di parole puntando il dito contro quelle istituzioni, civili, politiche e religiose, che restano “spettatrici silenziose e impotenti di fronte all’emergere di questo nuovo disordine mondiale”.
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