Monta la rivolta nel Labour contro il premier britannico Keir Starmer dopo la disastrosa sconfitta nelle elezioni amministrative in Inghilterra, Galles e Scozia: oltre venti deputati del partito di maggioranza hanno invocato le sue dimissioni all’indomani di un risultato che non lascia alibi. Il primo ministro sotto assedio ha preso tempo, promettendo di “ascoltare gli elettori”, con un cambio di rotta nella sua sin qui fallimentare azione di governo, senza “virare bruscamente a destra o a sinistra”, mentre diventa sempre più probabile un rimpasto per cercare di allontanare la resa dei conti interna.
La prima mossa di sir Keir è stata quella di convocare a Downing Street due esponenti della vecchia guardia laburista, al fine di conferire una qualche impronta progressista alla sua squadra: l’ex premier Gordon Brown è stato nominato inviato speciale per la finanza globale e l’ex ministra e leader ad interim del partito Harriet Harman ha assunto un ruolo di consulente nel contrasto alla violenza di genere. Ma la decisione di puntare su due 75enni, da tempo fuori dalle stanze del potere, per dare un nuovo impulso alle politiche del moderato Starmer, è stata criticata da più parti. “Se questi sono i salvatori del Labour, allora è spacciato”, ha tagliato corto Nigel Farage, leader del trumpiano Reform Uk, emerso come vincitore indiscusso del voto locale, che già guarda alle elezioni politiche del 2029 e spera in una futura premiership da erigere sulle rovine dell’attuale maggioranza. “La cosa giusta da fare è ricostruire”, ha risposto invece Starmer alla pressione montante nei suoi confronti.
La richiesta avanzata dai pezzi da novanta del Labour, tra cui la vice leader del partito Lucy Powell e il sindaco di Londra Sadiq Khan, è per ora quella di “cambiare” il programma, ma tutto deve avvenire in tempi rapidi. Già Starmer si prepara ad annunciare lunedì i punti del suo “reset” prima del cruciale discorso di re Carlo (King’s Speech) in programma mercoledì in Parlamento. Ma i deputati in aperta rivolta, soprattutto dell’ala sinistra, chiedono che insieme alla rotta si cambi pure il timoniere, quindi sir Keir, per frenare l’avanzata dell’estrema destra di Farage e il tracollo del partito.
La pensa così anche la maggioranza degli iscritti, che vuole liberarsi dell’attuale leader, preferendo al suo posto il popolare sindaco di Manchester, Andy Burnham, il cui ritorno alla Camera dei Comuni, necessario per poter sfidare Starmer, era stato bloccato proprio dal capo di governo. Ci sono movimenti in atto per favorire il rientro dell’esponente della ‘soft left’ a Westminster, con le dimissioni pilotate di un deputato. Un’uscita allo scoperto degli altri pretendenti più quotati – il ministro della Sanità Wes Streeting e l’ex vicepremier Angela Rayner – non appare invece imminente, e prende forma l’ipotesi di una transizione a tempo imposta a Starmer, in cui sia lui stesso a indicare una data per il suo passo indietro: si eviterebbe così uno scontro fratricida nel partito, già fortemente indebolito.
Oltre ai problemi interni, e alla concorrenza a destra rappresentata da Farage e a sinistra dai Verdi di Zack Polanski, il premier si ritrova per la prima volta con due nazioni del Regno Unito, Galles e Scozia, governate da forze indipendentiste, rispettivamente Plaid Cymru e l’Snp. Per i due schieramenti, mancando la maggioranza assoluta, si va verso alleanze, con l’esecutivo di Edimburgo che potrebbe riproporre quella coi Verdi puntando sull’istanza secessionista.
Intanto il first minister scozzese John Swinney ha ricevuto le congratulazioni del presidente americano Donald Trump per la sua riconferma: lo ha definito “un brav’uomo” che “merita questa grande vittoria elettorale”. Per molti il messaggio di The Donald non è stato altro che l’ennesima frecciata allo sconfitto Starmer, dopo mesi di critiche al veleno.
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