Fin da uno dei primi brani con cui ha conquistato il pubblico, Balliamo sul mondo, “credo si sia capito che volevo fare canzoni con un’anima popolare che in qualche modo si muovessero nel mainstream. Nella mia testa io puntavo a essere un cantautore con il suono di una band, e spero di esserlo ancora. Pure oggi la mia sfida è sempre cercare di scrivere quelle che per me sono belle canzoni”. Lo dice un sorridente Luciano Ligabue, incontrando i giornalisti a un paio d’ore dall’inizio della tappa romana all’Olimpico di Roma, che apre ufficialmente (a una settimana dalla data zero a Bibione), la parte negli stadi di La notte di certe notti, il tour celebrativo per i 30 anni di ‘Certe notti’.
Una tournee che continuerà mercoledì 17 giugno all’Allianz Stadium di Torino e sabato 20 giugno allo Stadio San Siro di Milano, per poi riprendere a settembre e ottobre con una tranche in arene e palazzetti. In attesa di una pausa ai live, almeno in Italia, ma non all’estero, nel 2027.
Ligabue si sofferma sull’emozione di una scaletta di 26 brani per quasi 2 ore e mezza di concerto, con molti dei suoi capisaldi, da Una vita da mediano a Urlando contro il cielo, da Questa è la mia vita a Tra palco e realtà, (“nella parte dei tour nei palazzetti la scaletta cambierà e ci saranno anche brani più recenti”), e quella di avere con lui sul palco alla batteria il figlio Lenny, da due anni componente della sua band.
Nella conversazione coi giornalisti entra anche la polemica nata sulle parole di Francesco De Gregori, contro gli artisti che si schierano politicamente. “Francesco è un patrimonio della musica e della cultura di questo Paese ed è uno dei più liberi di pensiero fra tutti gli autori, non si fa mai trovare dove qualcuno pensa di trovarlo ed è una caratteristica che mi piace molto. Detto questo è chiaro che ha parlato per sé, io quel pensiero non lo condivido, non più di tanto. Però credo abbia voluto dimostrare, con un po’ di fastidio, il fatto che non è che noi siamo obbligati (a schierarci, ndr). Troppe volte si dice ‘la musica deve’, no la musica può, e uno decide poi se ha voglia di farlo oppure no. Questo credo sia un pensiero che deve essere concesso a tutti”. Ligabue ha sempre cercato di mostrare le sue posizioni “attraverso le canzoni” e anche questa sera c’è in scaletta Il mio nome è mai più (il brano contro la guerra scritta con Piero Pelù e Jovanotti). “Io lo faccio nei concerti da 27 anni, quasi in ogni concerto e ricordo sempre che non c’è solo un massacro a Gaza ce n’è anche uno in Ucraina ce n’è uno in Sudan e ce ne sono altri 56 in corso nel mondo”.
E’ nato “dall’urgenza di dire qualcosa” anche il suo brano inedito presente nella setlist, Nessuno è di qualcuno’ che affronta il tema della violenza di genere, i cui diritti verranno devoluti alla Fondazione Una Nessuna Centomila. “Il pensiero che una donna su tre in questo Paese abbia subito una violenza fisica o sessuale è un pensiero intollerabile ma la cronaca di tutti i giorni ce lo fa diventare qualcosa che come argomento a volte scivola via. Io ho voluto provare a raccontare un sentimento di empatia dicendo comunque che nessuno per l’appunto è di qualcuno. Spero che questa cosa arrivi in maniera chiara, anche attraverso quello che si vedrà sullo schermo”.
Tra le tante domande per il cantautore, che sottolinea di vivere “un momento felice, personalmente e artisticamente” ne arriva anche una su Sanremo: “Io come ospite? E’ la più grande vetrina che ci sia ma è sempre una cosa un po’ col coltello fra i denti. Per me è difficile fare musica lì, perché c’è troppa tensione, sembra sempre questione di vita o di morte. Intanto dovrebbero invitarmi e se dovessi decidere di andare dovrei consultarmi anche con altri per capire se ci sono le condizioni per poterlo fare. In questo momento, direi di no, ma con certezza non lo so. Mai dire mai”.
Infine c’è la gioia per questa data nella capitale: “Mi piace l’idea di partire da Roma, perché ho de ricordi molto precisi sull’Olimpico – racconta -. La prima volta che siamo venuti abbiamo fatto la curva e vi fu un entusiasmo pazzesco. La cosa un po’ meno divertente, è che essendo l’ultima tappa, c’è stato uno scherzo dei tecnici. Io cantavo Leggero su una piattaforma che si sollevava in genere fino a tre metri, quella sera arrivò a 10, e non c’erano paratie. E’ stata la versione più a sedere stretto di Leggero mai fatto nella mia storia”. Un’altra volta “abbiamo preso qui così tanta acqua che a un certo punto si è vista l’arca di Noè… Tornare sul luogo del delitto, fa un piacere particolare”.
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