Le aspettative di molti commentatori erano basse, anche se qualcuno arrivava a definire quello tra Donald Trump e Xi Jinping “il vertice più importante della storia”. La visita a Pechino del presidente degli Stati Uniti si è invece conclusa senza annunci roboanti e con una svolta che sembra ancora lontana. Eppure, oltre ai sorrisi e agli apprezzamenti reciproci, l’incontro tra i due leader segna un disgelo tra le superpotenze, e forse getta le basi per una futura de-escalation nella guerra dei dazi, dopo il patto di non belligeranza siglato in Corea del Sud nell’ottobre scorso. Ma per voltare davvero pagina forse bisognerà aspettare il prossimo autunno, quando – ha annunciato Pechino – Xi volerà negli Usa dopo aver accettato l’invito del tycoon alla Casa Bianca.
Facendo un bilancio della visita di Trump il presidente cinese ha parlato di “importanti intese” raggiunte allo scopo di mantenere “legami economici e commerciali stabili”. Il tycoon si è invece spinto a definire “fantastici” gli accordi siglati. Differenze di stile e di linguaggio che mettono in evidenza chi tra i due leader abbia la necessità di dipingere il summit come una grande vittoria, pur tornando a casa quasi a mani vuote.
A dare sostanza al tentativo di disgelo sono soprattutto gli annunci arrivati nella parte finale della visita. Secondo il capo della diplomazia di Pechino, Wang Yi, Cina e Stati Uniti continueranno ad attuare “tutti i consensus” raggiunti nei precedenti negoziati commerciali e lavoreranno per espandere gli scambi bilaterali “nell’ambito di un quadro di riduzione reciproca dei dazi”. Le due parti hanno inoltre concordato di istituire un consiglio commerciale e un consiglio per gli investimenti.
Più limitati appaiono invece i risultati sul piano geopolitico. La Casa Bianca sperava di ottenere di più dal Dragone sul conflitto in Medio Oriente, ma Pechino non è andata oltre la richiesta di un cessate il fuoco permanente. E a mettere in bocca a Xi le parole più forti sul tema è stata Washington, che descrive la Cina contraria all’atomica dell’Iran e favorevole alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Punti su cui di fatto Pechino ufficialmente tace.
Qualcosa invece sembra essersi mosso sul dossier Taiwan. Nonostante abbia sostenuto come nulla sia cambiato nella postura degli Stati Uniti, Trump una volta ripartito da Pechino ha affermato a chiare lettere di non volere che “qualcuno dichiari l’indipendenza dell’isola”: “Non voglio che gli Usa debbano percorrere 15.000 chilometri per andare in guerra”, ha sottolineato. Parole che non rappresentano pienamente quel cambio lessicale voluto da Pechino, ma che sembrano aprire ad una possibile svolta. Trump ha inoltre riferito di aver sollevato con Xi anche il caso del magnate pro-democrazia di Hong Kong Jimmy Lai, spiegando però che il leader cinese lo avrebbe definito “un caso difficile”.
Sul piano commerciale i risultati del summit sembrano inferiori alle attese. Da una parte l’acquisto cinese di Boeing Usa non ha soddisfatto il mercato, fermandosi a 200 velivoli contro i circa 500-600 di cui si era parlato alla vigilia. Dall’altra rimane ancora in standby la questione chip, nonostante la presenza del Ceo di Nvidia Jensen Huang avesse fatto ben sperare. Secondo il sito di Reuters gli Stati Uniti hanno autorizzato circa dieci aziende cinesi – tra cui Alibaba, Tencent e ByteDance – ad acquistare l’H200, il secondo chip per l’intelligenza artificiale più potente dell’azienda. Al momento però non è stata effettuata nessuna consegna e per il rappresentante commerciale statunitense Jamieson Greer la palla resta in mano a Pechino: “Dovranno essere loro a prendere una decisione al riguardo”.
Nessun passo avanti tangibile, almeno per ora, anche sul dossier terre rare. Decisione ancora da prendere poi su una possibile tregua commerciale. Greer ha spiegato come la Cina avrebbe rinnovato le licenze per centinaia di stabilimenti statunitensi di carne bovina, circostanza non confermata da Pechino. Washington punta soprattutto sugli acquisti agricoli ed energetici promessi dai cinesi, che secondo gli Usa potrebbero valere “decine di miliardi” di dollari nei prossimi tre anni. La soia resta il dossier centrale, ma Trump ha parlato anche di maggiori importazioni di petrolio, gas naturale liquefatto ed energia dagli Stati Uniti.
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