Un voto di pancia, d’istinto e di protesta i cui esiti, a 10 anni esatti, suscitano delusioni diffuse fra i britannici e si inseriscono in un contesto politico straordinariamente instabile per il Regno Unito: il sesto premier in quel lasso di tempo, Keir Starmer, si è dimesso, in attesa della nomina di un successore all’interno della maggioranza laburista.
Era il 23 giugno 2016 quando gli elettori fecero una scelta destinata a cambiare profondamente il Paese, sancendo con un referendum il divorzio dall’Ue. Il risultato colse di sorpresa gran parte dell’establishment dell’isola e del continente, e tutti coloro che si erano rifiutati sino alla vigilia di crederlo possibile. Il verdetto arrivò poco prima dell’alba, dopo una notte di conteggi al cardiopalma, che alla fine decretarono la vittoria nemmeno di strettissima misura – pur in una nazione sostanzialmente spaccata in due – dei sostenitori del Leave su quelli del Remain. Ossia la Brexit, secondo un neologismo destinato a entrare nei libri di scuola, vale a dire la fine di un matrimonio – d’interesse, più che d’amore – durato fino ad allora per quattro decenni. Il 52% dell’elettorato scelse di uscire dal blocco, contro il 48% che voleva restare.
Un finale di partita che segnò il trionfo del tribuno euroscettico Nigel Farage e di quel drappello di outsider (od opportunisti) del partito conservatore di governo guidati da Boris Johnson. Mentre condannarono al tramonto politico il premier David Cameron – che quel referendum aveva voluto per dare un contentino agli isolazionisti Tory, nella presuntuosa convinzione di poterlo poi pilotare verso il Remain – oltre a tutto il variegato fronte contrario al ‘salto nel vuoto’. Ne seguì poi un difficile periodo di transizione coi colloqui sull’accordo post-Brexit fra Londra e Bruxelles che segnò ancora una volta politicamente il Regno: Theresa May, succeduta a Cameron, si dimise per l’impossibilità di far ratificare in Parlamento il ‘deal’, portato a termine nel 2020 da un altro premier Tory, Johnson, che al contempo però scavò un solco nei rapporti con l’Unione, fra rancori e diffidenze.
Il laburista Starmer, dall’inizio del suo mandato due anni fa all’annuncio delle dimissioni, ha lanciato con qualche risultato il “reset” delle relazioni, proprio per porre rimedio ad alcuni aspetti dell’eredità negativa della Brexit, riscontrabile in diversi settori: dal calo delle esportazioni di merci verso l’Ue e l’aumento dei costi per le imprese britanniche, alla forte riduzione degli arrivi di immigrati dal continente dopo la fine della libera circolazione con le conseguenze sui posti rimasti vacanti in settori chiave come la sanità, fino al ridimensionamento della cooperazione in materia di sicurezza, difesa e ricerca. In termini economici, stando a un recente studio realizzato sui dati della Bank of England, l’addio all’Ue è costato al Regno in dieci anni il 6% del Pil. Circa metà dell’impatto è derivata dall’incertezza generata nel periodo immediatamente successivo al voto, la restante parte dall’innalzamento delle barriere commerciali seguito all’uscita di Londra dall’unione doganale e dal mercato unico nel 2021.
Tutto questo ha contribuito a generare una profonda delusione fra i britannici, la cui maggioranza, secondo i sondaggi, ritiene che la Brexit sia stata un errore. Ma l’idea di un secondo referendum o di una riadesione, dibattuti a livello soprattutto mediatico, appare impraticabile da tanti punti di vista. Da parte dei Paesi europei l’atteggiamento è piuttosto freddo anche perché Londra punterebbe a rientrare alle stesse condizioni del passato, mantenendo la sterlina e restando fuori da Schengen, opzioni che i 27 difficilmente sarebbero disposti a concedere. Lo stesso cammino di riavvicinamento avviato da Starmer, senza però mettere in discussione la Brexit o l’uscita dal mercato unico, è stato rallentato dalle sue dimissioni: il vertice di Bruxelles con i leader dell’Unione previsto per il 22 luglio è a rischio. E il suo successore – col favoritissimo Andy Burnham in prima fila per diventare il prossimo premier – dovrà affrontare un dossier ancor oggi spinoso e con nodi irrisolti.
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