Confindustria: “Rischiamo la più grave crisi energetica della storia”. L’uscita dal patto agita la maggioranza

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    Il protrarsi della guerra in Medio Oriente rischia di tradursi in una crisi energetica senza precedenti. Confindustria lancia l’allarme, gettando nuove ombre sulle già fragili prospettive di crescita tracciate nel Documento di finanza pubblica. Ma le previsioni del governo destano una preoccupazione generalizzata, con i Comuni che temono per la tenuta dei bilanci e i sindacati che denunciano il rischio di un ulteriore impoverimento delle retribuzioni di lavoratori e pensionati. Intanto l’esecutivo sembra aver ultimato il decreto lavoro, atteso domani in consiglio dei ministri. 

    Mentre l’ipotesi di un’uscita dal patto di stabilità tiene in fibrillazione la maggioranza, con Lega e Forza Italia ancora divise e il voto sulla risoluzione sempre più vicino. Il primo giro di audizioni sul Dfp, che sarà chiuso domani dall’intervento del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, delinea un quadro fosco. A preoccupare c’è innanzitutto l’incognita della guerra in Iran. “Se finisse oggi, l’impatto varrebbe 0,1-0,3 punti percentuali di mancata crescita”, ma se fosse più lunga, “già fino a fine anno, potremmo trovarci nella più grave crisi energetica della storia”, avverte Confindustria, che traccia già alcune proposte nel caso il conflitto proseguisse fino all’estate, tra cui lo scostamento di bilancio per aiuti alle imprese e la proroga del taglio delle accise.

    Lo shock energetico preoccupa anche per le sue conseguenze. L’incremento dei prezzi delle materie prime energetiche che “ipotizziamo del 21% in media d’anno – valutazione al momento ottimistica – sono tali da comportare una minore crescita della spesa per consumi di 4 miliardi”, stima Confesercenti, che osserva come la situazione non sia “più gestibile con misure episodiche”. Accanto alla necessaria prudenza nei saldi, Confcommercio sollecita “una strategia più organica e continuativa di riforme” capace di sostenere “il dinamismo delle imprese”. Per Legacoop la strada è “orientare in modo selettivo le politiche pubbliche”. Ma prima ancora della guerra a preoccupare basta lo scenario tracciato dal Dfp.

    Si evidenziano “forti criticità che rischiano di compromettere già nel triennio 2026-2028 la tenuta dei bilanci comunali”, avverte l’Anci, stimando una perdita di 2,2 miliardi nel triennio 2026-2028, con circa un miliardo di euro di squilibrio annuo nel biennio 26-27. Un grido d’allarme arriva anche dai sindacati. Con una crescita dei prezzi prevista dal governo al 2,9% “un lavoratore con un imponibile fiscale da 35mila euro subirebbe nel 2026 un ulteriore prelievo di oltre 1.500 euro, mentre un pensionato da 1.000 euro al mese pagherebbe al fisco 370 euro in più”, calcola la Cgil, che chiede al governo di “cambiare strada”, proponendo di tassare gli extraprofitti e di sospendere il patto di stabilità. La Cisl, che lancia l’idea di un grande Cantiere Paese, si dice preoccupata per il “rischio di una nuova compressione delle retribuzioni e delle pensioni già fortemente”. Sulla stessa lunghezza d’onda la Uil, che denuncia come sul piano fiscale, continui a “gravare un carico sproporzionato su dipendenti e pensionati”.

    Il governo sembra intanto aver chiuso il lavoro sul decreto primo maggio. Una nuova riunione a Palazzo Chigi scioglie le ultime riserve e il provvedimento è atteso domani in cdm: prevede la proroga dei bonus giovani, donne e zes, ma anche norme sui rider e per favorire il rinnovo dei contratti privati. Potrebbe invece servire più tempo per il Piano Casa e il nuovo decreto sui carburanti in vista della scadenza del taglio delle accise: in settimana è comunque già previsto un secondo cdm giovedì. Resta da capire anche il destino delle sulle nomine dei vertici di Consob e Antitrust. La Lega resta in pressing per portare Federico Freni alla Consob: “sarebbe bravissimo”, dice Claudio Borghi. “Ne parleremo quando affronteremo la vicenda”, ma “i candidati non sono di partito”, taglia corto il leader di FI Antonio Tajani.

    E Lega e Forza Italia restano divise anche sull’ipotesi di un’uscita dal patto di stabilità. “Lo diciamo da settimane”, insiste Matteo Salvini. “Sono assolutamente contrario all’ipotesi di uscire unilateralmente”, lo stoppa Tajani. Posizioni che rendono complicata la messa a punto della risoluzione sul Dfp attesa giovedì alla Camera. Anche se, al di là delle schermaglie, all’atto pratico nessuno si aspetta che il voto – che sarà comunque a maggioranza semplice – riservi qualche sorpresa.

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