Vent’anni fa la cattura di Provenzano, la pm Sabella: ‘Scrivemmo una pagina di storia’

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    Che avessero contribuito a scrivere una pagina di storia lo capì subito. Con l’arresto di Bernardo Provenzano, ultimo vero capo di Cosa nostra, finiva un’epoca. Era l’11 aprile del 2006, da allora sono trascorsi 20 anni e Marzia Sabella, la magistrata che lavorava nel pool che coordinava le indagini sulla cattura del padrino di Corleone, ricorda tutto come fosse accaduto ieri.

    “Fu un momento davvero storico – dice – e proprio in virtù del tempo passato posso dire che nessun capomafia è riuscito a prendere il posto di Provenzano. Neppure Messina Denaro, certamente un boss di prima grandezza, ma la cui ‘area di influenza’ era limitata al Trapanese”.

    Quando la squadra della Polizia, guidata da Renato Cortese, comunicò che il blitz nell’ultimo covo, a Montagna dei Cavalli, si era concluso e che il capomafia stava per essere portato in questura a Palermo, Sabella, insieme a Michele Prestipino, altro pm del gruppo, andò nel nascondiglio nella campagna corleonese.

    “Trovammo una quantità incredibile di pizzini. Lui conservava tutto – racconta – Abitudine che Messina Denaro non aveva e anzi criticava aspramente. “Aveva bisogno di conservare gli appunti per sua memoria e come prove”, spiega Sabella. “Noi lo arrestammo mentre era saldamente al comando. E’ vero che rispetto a Totò Riina era una sorta di facente funzioni, ma dopo la cattura di Riina al vertice c’era lui – prosegue – E proprio grazie all’enorme mole di materiale scoperto posso dire che l’11 aprile del 2006 non fu solo il giorno in cui finirono i 43 anni di latitanza di Provenzano, ma l’inizio di una serie di indagini che portarono a centinaia di arresti e a colpire Cosa nostra al cuore”.

    Dell’inchiesta da manuale che dopo oltre 4 decenni portò al traguardo Sabella ricorda ogni istante. “Fu quella che solitamente si definisce un’indagine vecchio stampo, fatta di pedinamenti, osservazioni, qualche colpo di genio e nessun aiuto da parte della tecnologia. Non avevamo neppure collaboratori di giustizia”, ricorda.

    A uno dei più importanti latitanti italiani di sempre la polizia arrivò seguendo gli strani scambi di pacchi – si accertò poi che si trattava della biancheria del padrino – che, partendo dalla casa in cui vivevano moglie e figli del ricercato, dopo giri interminabili e tra mille cautele adottate da suoi storici fedelissimi, finivano al casolare fatiscente in cui si nascondeva.

    Sabella, Prestipino e l’aggiunto che allora coordinava le indagini, Giuseppe Pignatone, lavorarono in assoluta segretezza.

    “Eravamo terrorizzati che trapelassero informazioni, non potevamo fidarci di nessuno. Potevamo contare su pochissime persone anche tra la polizia giudiziaria e all’interno dell’ufficio”, rivela. Era ancora fresca l’indagine sulle cosiddette talpe alla Dda di Palermo che smascherò funzionari delle forze dell’ordine collusi con la mafia. Per cui si scelse di mantenere un totale riserbo. “Eravamo un gruppo ristretto, non parlavamo nemmeno tra noi”, racconta.

    Dopo il sopralluogo di Montagna dei Cavalli, covo a pochi chilometri dalla casa dei Provenzano, a Corleone, i magistrati andarono in Questura. Il boss era stato portato lì da un corteo di auto e decine di agenti a cui era stata imposta la massima sobrietà dopo le scene della cattura di Giovanni Brusca, evidentemente gonfio di botte, e le immagini degli agenti esultanti che tante critiche avevano sollevato.

    “Quando lo vidi ebbi la sensazione di trovarmi davanti un vecchietto innocuo – racconta la pm – Aveva un’aria dimessa. Poi se ti soffermavi sul suo sguardo ritrovavi l’immagine che di lui avevi costruito dentro di te in anni di indagini”.

    Cosa disse agli agenti, coordinati da Renato Cortese, quando li vide piombare nel covo? “Si complimentò con loro e disse: non sapete quel che avete appena fatto”. Una frase il cui senso è stato chiaro solo dopo tempo. “Sono certa – conclude la pm – che intendesse che con lui al comando la mafia, ovviamente per interesse non certo per altro, aveva scelto la strada della sommersione e degli affari evitando gesti violenti eclatanti. E che profetizzasse un cambio di passo di Cosa nostra priva di una leadership forte”. 
       

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