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Ungheria: Magyar da von der Leyen, in ballo lo sblocco dei fondi Ue

E’ il suo debutto a Bruxelles da primo ministro e con sé porta già il peso della sfida. Il secondo viaggio di Peter Magyar nella capitale Ue dopo aver scardinato il sistema di Viktor Orban promettendo di “riportare l’Ungheria in Europa” si rivela meno lineare del previsto.

Le speranze riaccese dal nuovo corso europeista di Budapest non hanno cancellato le diffidenze sedimentate nella lunga stagione degli scontri sullo stato di diritto, dei veti sull’Ucraina e della narrativa sovranista. Tanto che il faccia a faccia tra il neopremier e Ursula von der Leyen – atteso nelle prossime ore nei corridoi di Palazzo Berlaymont – è slittato a venerdì, appeso ai complessi negoziati sullo sblocco dei fondi europei congelati. I colloqui proseguono senza sosta, nell’ambizione manifesta dell’uomo nuovo di Budapest di poter annunciare almeno una cornice d’intesa per il graduale disgelo delle risorse Ue. Pronto a presentarsi alla numero uno di Palazzo Berlaymont con una versione rivista del Pnrr – chiave per garantirsi entro l’autunno almeno i 10,4 miliardi legati al Recovery dei circa 18 miliardi complessivamente congelati – il leader di Tisza ostenta ottimismo. i negoziati, assicurano i fedelissimi professando fiducia, starebbero andando “bene”, con gli ultimi nodi concentrati soprattutto su fisco e pensioni. Ma a Bruxelles nessuno sembra pronto a leggere la svolta politica come una garanzia sufficiente, continuando a chiedere un cambio di passo sui cosiddetti ‘super milestones’ del Recovery: riforma della giustizia, standard democratici e indipendenza delle istituzioni.

“Non basta un nuovo governo perché cambi tutto”, confida un alto funzionario europeo, lasciando intendere che, anche in caso di accordo, l’eventuale annuncio riguarderà soprattutto i tempi della valutazione del nuovo Pnrr – da presentare entro fine mese – e le condizioni del possibile scongelamento. E Bruxelles frena anche sul fronte della difesa, respingendo la richiesta ungherese di un prestito Safe da 16 miliardi.

“Dovremo ripresentarla”, ha ammesso la vicepremier Anita Orban. Riportare a casa il denaro europeo è diventata, nelle parole dello stesso Magyar, la priorità assoluta per ridare slancio a una crescita fragile. Ma dietro la trattativa sui fondi si cela l’ambizione Ue di riportare Budapest dentro il perimetro comune anche sull’adesione dell’Ucraina. I tavoli formalmente restano separati, ma nelle ultime settimane i colloqui tra Magyar, von der Leyen e Antonio Costa hanno finito per legare sempre di più i due dossier, nell’attesa che il possibile incontro tra il premier ungherese e Volodymyr Zelensky – annunciato per l’8 giugno ma non ancora confermato – a Berehove possa segnare il disgelo con Kiev sul nodo della minoranza magiara in Transcarpazia. Un’opera di ricucitura che Magyar – atteso a Bruxelles anche dall’omologo belga Bart De Wever – è chiamato a perseguire anche in orbita transatlantica, spazzando via in un faccia a faccia con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, l’ingombrante vicinanza a Mosca del suo predecessore. Una prova eloquente della nuova era magiara è comunque arrivata dal Parlamento di Budapest, che ha seppellito il progetto di Orban di portare l’Ungheria fuori dalla Corte penale internazionale, bandiera identitaria dell’ultimo ciclo sovranista. Con 133 voti favorevoli, la legge per l’uscita dallo Statuto di Roma è stata affossata. Una delle fratture che Magyar aveva promesso di sanare e una credenziale in più per presentarsi ai vertici Ue.

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