La fumata grigia dopo il terzo round di negoziati tra Stati Uniti e Iran alimenta il rischio che la situazione precipiti da un momento all’altro in un conflitto. Il filo della diplomazia non si è ancora spezzato, con nuovi colloqui a livello tecnico in programma la settimana prossima a Vienna dopo i “significativi progressi” registrati dai mediatori dell’Oman a Ginevra.
Come contraltare ci sono però i segnali che arrivano da Washington, dove i comandi militari in Medio Oriente hanno presentato a Donald Trump le varie opzioni di attacco, mentre si moltiplicano gli appelli delle capitali ai connazionali ed al personale diplomatico perché lascino il Paese. “Non ho ancora deciso”, ha fatto sapere l’inquilino della Casa Bianca, avvertendo allo stesso tempo di “non essere contento” di come sta andando la trattativa e che “a volte la forza serve”.
Le chance di un accordo appaiono effettivamente basse, con i nodi irrisolti dell’arricchimento dell’uranio e delle scorte al 60%, conservate nell’impianto sotterraneo di Ishafan (come rivelato dall’Aiea), che Teheran si rifiuta di cedere. In questa fase incerta gli americani restano in stretto contatto con Israele: Marco Rubio volerà lunedì a Gerusalemme per fare il punto. Lo strike sull’Iran, più volte minacciato da Trump, è stato tutt’altro che scongiurato, nonostante il dialogo tra le parti stia proseguendo. Il commander in chief ha ricevuto l’ammiraglio Brad Cooper, il numero uno del Central Command, che ha messo sul tavolo le diverse opzioni per colpire il regime.
Il tycoon in queste ultime settimane avrebbe oscillato tra l’idea di un raid mirato per convincere Teheran a cedere sul nucleare, oppure un’operazione di ampia scala per rovesciare il regime. Opzione molto più complicata che non convince un’area corposa del partito e dell’amministrazione, come dimostra l’ultima uscita di Jd Vance: “Non c’è nessuna possibilità che gli Stati Uniti vengano trascinati in una lunga guerra”. Su questa linea molti esponenti repubblicani e consiglieri del presidente, che avrebbero suggerito di far attaccare per primo Israele. “Mi piacerebbe non usare” la forza ma “qualche volta va fatto”, sono state le parole tutt’altro che distensive di Trump.
Con la prospettiva di una escalation il Dipartimento di Stato ha autorizzato il personale non essenziale della propria ambasciata a Gerusalemme a lasciare Israele. Londra ha fatto di più, richiamando temporaneamente tutto il personale diplomatico da Teheran e spostandone una parte dell’ambasciata in Israele fuori da Tel Aviv. Pechino ha invitato i cittadini cinesi ad abbandonare l’Iran, mentre la Farnesina ha confermato gli avvisi rivolti da settimane ai connazionali in Iran a lasciare il Paese e alla prudenza in tutta la regione. Sul fronte negoziale il ministro degli Esteri omanita, che ha mediato i colloqui tra le parti in Svizzera, è volato a Washington per incontrare Vance, ma lo stesso Trump ha chiarito che le cose non stanno andando bene: “L’Iran non sta dicendo le parole magiche, ovvero niente armi nucleari”.
Nel merito, Washington insiste che Teheran rinunci all’arricchimento dell’uranio, o al massimo lo tenga ad un livello simbolico, ma soprattutto deve consegnare le ingenti scorte di uranio al 60%, vicino al livello necessario per l’uso militare. Queste scorte, di cui non si era saputo più nulla dopo i raid americani e israeliani di giugno agli impianti iraniani, secondo un rapporto confidenziale dell’Aiea consegnato agli Stati membri sono conservate nel sottosuolo del sito di Isfahan, che secondo fonti diplomatiche sarebbe ancora intatto nonostante i bombardamenti.
La stessa agenzia internazionale ha rinnovato l’appello al regime perché consenta le ispezioni a tutti i suoi impianti. Resta poi il problema dell’arsenale missilistico dell’Iran, che gli ayatollah vogliono tenere fuori dal negoziato. Gli 007 americani non ritengono che la Repubblica Islamica avrà presto missili in grado di colpire gli Stati Uniti. Tuttavia il tycoon afferma il contrario.
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