Trapianti, dall’anno zero agli organi del futuro, migliaia di vite salvate

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    La vicenda del bimbo morto a due anni a Napoli dopo il trapianto di cuore danneggiato ha scosso l’Italia. Ma la tragedia, su cui indaga la Procura e che ha evidenziato diverse anomalie, non ha avuto, come molti temevano, un effetto negativo sulle donazioni. Nel periodo gennaio-marzo 2026 hanno invece visto un aumento rispetto allo stesso periodo del 2025. “Gli ultimi dati mostrano che dal primo gennaio all’8 marzo abbiamo avuto 340 donazioni, mentre nello stesso periodo ’25 erano state 316. Il tasso di opposizione nelle rianimazioni scende dal 27,7% al 26,9%. Anche i trapianti, sempre nel periodo 1/1-8/3, sono saliti dai 764 del ’25 gli 837 di oggi”, afferma il direttore del Centro nazionale trapianti Giuseppe Feltrin. “E’ una notizia che mi riempie di gioia – commenta Patrizia Mercolino, la mamma di Domenico -. Ho sempre creduto nella donazione di organi, fino all’ultimo istante di vita di mio figlio ho chiesto e sperato che arrivasse un cuore nuovo. Abbiamo temuto che la tragedia avesse un effetto negativo sulle donazioni, invece non è stato così. E’ importante continuare ad avere fiducia nella buona sanità, nell’impegno quotidiano dei medici”. 

    Il sistema trapianti italiano, considerato tra i più avanzati in Europa, negli ultimi anni ha registrato numeri record sia per le donazioni sia per gli interventi effettuati. Migliaia di persone vivono oggi grazie a un organo ricevuto da un donatore, e molte di loro hanno trasformato questa seconda possibilità in una testimonianza concreta del valore della donazione. Dietro le statistiche ci sono storie di vita, di dolore e di rinascita. Come quella di Maria Pia, che da oltre trent’anni vive grazie al fegato donato da Nicholas Green, il bambino americano ucciso nel 1994 durante una vacanza in Italia. O ancora la storia di Anna, che a 17 anni ha ricevuto un nuovo cuore e anni dopo ha deciso di incontrare la famiglia del suo donatore per dire semplicemente grazie. Percorsi diversi, accomunati da un filo invisibile che lega chi dona e chi riceve: un gesto di generosità che spesso nasce nel momento più difficile e che può cambiare per sempre il destino di altre persone.

    Nel frattempo la ricerca continua ad avanzare. Dalle tecnologie per preservare meglio gli organi fino agli studi sugli xenotrapianti e sugli organi coltivati in laboratorio o stampati in 3D, la scienza sta aprendo scenari che fino a pochi anni fa sembravano impensabili. Ma oggi, come ricordano medici ed esperti, la donazione resta ancora insostituibile.

    Per migliaia di pazienti in attesa, quel gesto continua a rappresentare l’unica possibilità concreta di sopravvivere. E ogni sì espresso alla donazione può trasformarsi in una nuova vita.

    Lacrime e fiori, Napoli si stringe a Domenico

    In Italia record di trapianti ma preoccupa il ‘no’ dei giovani. In lista 8mila pazienti

    Mai così tanti trapianti e donazioni  di organi in Italia: secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2024 sono stati 2.110 i donatori di  organo con un +2,7% rispetto all’anno precedente; 4.692 invece i trapianti (+5,1%). Inoltre, sulla base di dati preliminari, da gennaio ad aprile 2025 si sono registrate oltre 450 donazioni d’organi e più di 1.100 trapianti. Tuttavia sono ancora oltre 8mila i pazienti in lista di attesa. La qualità del sistema trapianti italiano è attestata anche dall’ultimo rapporto 2025 del Consiglio d’Europa: l’Italia si colloca tra le eccellenze europee e mondiali nel campo della donazione e del trapianto di organi, tessuti e cellule ed è seconda al mondo per il trapianto di fegato, dietro solo agli Usa, e settima per il trapianto di cuore. Nei primi 3 mesi del 2025, sono state più di 450 le donazioni di organi negli ospedali italiani e sono stati  realizzati oltre 1.100 trapianti. Dati preliminari del Centro nazionale trapianti (Cnt) molto positivi e che seguono un anno da record, il 2024, ma che tuttavia segnalano un elemento di preoccupazione: tra quanti dichiarano le proprie volontà in sede di rinnovo di carta  di identità, più di 1 su 3 (36,3%) dice no alla donazione degli organi.  

    I numeri mostrano comunque un costante miglioramento del sistema dei trapianti nel nostro Paese. Le donazioni salgono e per la prima volta si supera il tetto dei 30 donatori per milione di persone,  un livello che colloca il nostro Paese ai primi posti europei. Di pari passo si registra un incremento dei trapianti: circa la metà (2.393) sono di rene (+6,6% rispetto al 2023); quelli di cuore sono stati 418 (+13%). In aumento anche i trapianti di fegato 1.732 (+1,8%), mentre sono in lieve calo quelli di polmone (passati da 188 a 174); stabili quelli di pancreas (36). A trainare i trapianti nel 2024 è stata soprattutto la  crescita della donazione a cuore fermo, cioè quella da pazienti la cui morte viene accertata dopo un arresto cardiaco di almeno 20 minuti. Questa modalità rappresenta il 13,2% di tutti gli  interventi realizzati.

    Numero record anche per le donazioni (410) e i trapianti (1.095) di cellule staminali ematopoietiche da non consanguinei, con una crescita anche dei potenziali donatori di midollo osseo che per la prima volta hanno superato il mezzo milione. Si confermano però le forti differenze territoriali, con 4 Regioni del Nord che, da sole, realizzano il 55% dei trapianti: Lombardia (904), Veneto (718), Piemonte (504), Emilia Romagna (497). Tuttavia migliora il Sud, in termini sia di attività di trapianto sia di donazione.

    Preoccupazioni, invece, arrivano sul fronte del rifiuto alle donazioni. Mentre l’opposizione al prelievo degli organi registrato nelle rianimazioni è leggermente calato nel 2024, passando dal 30,3% al 29,3%, negli uffici anagrafe il trend è inverso e, tra quanti hanno espresso la propria volontà al momento del rinnovo della carta di identità, il 36,3% ha optato per l’opposizione al prelievo degli organi. È un dato che, nell’immediato, incide poco sul trend dei trapianti, ma che potrebbe avere un forte impatto in futuro. 

    Attualmente, ci sono oltre 8.200 pazienti in attesa di trapianto: circa 6mila aspettano un nuovo rene, oltre mille un fegato, circa 750 un cuore, quasi 300 un polmone e poco meno di 200 un pancreas. Sono invece ben 48mila le persone in vita grazie a un trapianto. In Italia sono attivi 97 centri di trapianto, cheoperano presso 42 ospedali, sotto il coordinamento di 19 centri regionali e col supporto di 30 banche dei tessuti.

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    Francesco: “Vivo grazie a 2 cuori e un rene trapiantati, donatori come miei fratelli”

    Trentanove anni, un trapianto di cuore a 10 anni e un secondo trapianto – di cuore e rene combinato, da uno stesso donatore – a 29. Francesco Fiore oggi è uno degli atleti di punta della squadra di tennis della nazionale italiana trapiantati ed ha vinto due bronzi ai mondiali 2023, vive e lavora a Matera, è fidanzato ed a maggio conta di laurearsi in Scienza motorie. Se oggi la sua è una vita “piena” e “quasi normale”, racconta, è “grazie al grandissimo dono che ho ricevuto, da parte di due persone che non conosco ma che mi hanno permesso di vivere attraverso i loro organi donati. Per me rappresentano un pensiero costante, sono come due fratelli sempre presenti”. 

     “Sono una persona molto molto fortunata, nonostante abbia sofferto tantissimo nella vita. Ma se mi fermo un attimo e penso ai miei donatori – racconta Francesco – mi rendo conto della mia immensa fortuna: vivo con il loro costante ricordo, pur non avendoli conosciuti”. Quindi un riferimento, inevitabile, alla recente tragedia del piccolo Domenico, il bimbo, poi deceduto, cui è stato trapiantato a Napoli un cuore danneggiato. “Io, come altre migliaia di trapiantati in Italia – sottolinea – siamo la prova che la donazione d’organi salva la vita ed il sistema dei trapianti nel nostro Paese è eccellente. La tragedia del piccolo Domenico è terribile, va fatta chiarezza, ma non si può mettere in dubbio un intero sistema. Chiedo quindi alle persone di informarsi, per capire davvero cosa sono i trapianti, e poi di fare una scelta consapevole: un donatore può salvare fino a sette persone in attesa di trapianto con i propri organi, e può continuare a vivere in qualcun altro salvandolo. Il donatore rimarrà per sempre nel e con il ricevente e viene amato da colui che ha beneficiato di questo atto di generosità, come è accaduto a me”.

    Quella di Francesco è stata una vera ‘odissea’: “Sono nato sano ma a 5 anni ho iniziato a star male dopo una polmonite e mi viene diagnosticata una miocardiopatia dilatativa con la necessità di un trapianto di cuore, anche se non imminente. A 10 anni ho fatto il primo trapianto ma la situazione si è poi complicata e a 20 anni ho dovuto iniziare la dialisi. La mia condizione si è però aggravata ancora e dopo altri 9 anni anni circa sono stato sottoposto ad un nuovo trapianto combinato di cuore e rene, da uno stesso donatore”. Oggi, fortunatamente, tutto sembra alle spalle: “Gioco a tennis nella nazionale trapiantati e ora mi sto preparando per il mondiale del 2027 in Belgio, ma il nostro primo obiettivo non è vincere medaglie bensì sensibilizzare il numero più grande possibile di persone”. Infatti, tiene a chiarire Francesco, “ho scelto di fare sport agonistico soprattutto per dare valore al dono che ho ricevuto, i due cuori ed il rene che mi sono stati donati e che mi hanno ridato la vita: volevo fare qualcosa di importante per poter far parlare della mia storia e per sensibilizzare le persone all’importanza della donazione degli organi. Anche grazie ai successi sportivi, la mia storia ha acquisito un pò di notorietà e sono riuscito a trasmettere il mio messaggio sull’importanza della donazione”. Lo sport è stato dunque anche un mezzo per divulgare un messaggio importante, e cioè che dopo un trapianto, “possibile solo a seguito di un atto di grande amore da parte di un’altra persona, si può tornare ad avere una vita piena”. Il più grande desiderio nel cassetto? “Semplicemente stare bene, perchè – risponde – non è scontato, e poi, dopo la laurea, vorrei diventare un insegnante di educazione fisica”.

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    40 anni fa il primo trapianto di cuore pediatrico in Italia

    Quaranta anni fa, nel febbraio del 1986, veniva effettuato all’Ospedale Bambino Gesù di Roma il primo trapianto di cuore pediatrico in Italia. Da allora, altri 1500 piccoli, solo al Bambin Gesù, sono ‘rinati’ grazie ad un trapianto d’organo che ha salvato loro la vita. Tanta la strada fatta da quel giorno, ed oggi si affacciano nuove possibili evoluzioni ma, al momento, il trapianto attraverso la donazione d’organi resta insostituibile ed un ‘salvavita’ in varie circostanze. A tracciare il quadro e’ Marco Spada, responsabile di Chirurgia epato-bilio-pancreatica e dei Trapianti di fegato-rene del Bambino Gesù.

    “Il primo trapianto di cuore pediatrico in Italia è stato effettuato al Bambino Gesù il 10-11 febbraio 1986, il bimbo aveva 15 mesi ed aveva una malformazione cardiaca congenita. Da allora nel nostro ospedale complessivamente sono stati fatti circa 1500 trapianti di polmone, fegato, cuore e rene e se calcoliamo quanti anni di vita in più sono stati dati in tal modo a questi pazienti – racconta il chirurgo – raggiungiamo le diverse decine di migliaia”. Al primo trapianto di cuore è quindi seguito, nel 1993, il primo di rene, e nel 2008 è partito anche il programma di trapianto di fegato. Per alcuni organi come il rene e il fegato, spiega, “esiste anche la possibilità del trapianto da donatore vivente: circa il 20-25%  dei bambini che lo necessitano, vengono trapiantati con una donazione da vivente, nella maggior parte dei casi un genitore o un familiare. In questi casi viene donato uno dei reni o una ‘porzione’ del fegato, organo che è poi in grado di rigenerarsi”.

    E sono tanti i progressi ottenuti e che, sottolinea Spada, “hanno permesso di aumentare non solo il numero ma anche l’efficacia dei trapianti. Innanzitutto oggi abbiamo farmaci molto efficaci per controllare il rigetto dell’organo trapiantato, sono progredite le tecniche chirurgiche e ci sono alternative come i cuori artificiali che consentono di prolungare la vita dei pazienti, anche se il trapianto resta ad oggi la cura e la soluzione migliore”. Inoltre, rileva, “abbiamo avuto un significativo miglioramento tecnologico in termini di disponibilità di macchinari e sistemi che ci consentono di mantenere più a lungo in vita gli organi quando vengono prelevati e prima che vengano trapiantati; ci consentono di verificarne il funzionamento e di effettuare il trapianto in condizioni più favorevoli per la ripresa di funzionalità dell’organo”. E’ migliorata notevolmente anche la sopravvivenza dei pazienti, che raggiunge l’85% pure a distanza di 10-15 anni dall’intervento. Oggi dunque un bambino che viene trapiantato, afferma Spada, “ha davanti a sè una prospettiva di vita normale”. Dietro questi successi, chiarisce l’esperto, “c’è un sistema complesso, che presuppone un’attenta organizzazione. Il sistema italiano dei trapianti è molto evoluto e ciò è documentato dai risultati ottenuti negli anni”.

    Purtroppo però, osserva Spada in riferimento al caso del piccolo Domenico, il bimbo deceduto dopo il trapianti di un cuore danneggiato, “va anche detto che nell’attività di cura il successo non è garantito e possono verificarsi comunque errori o problemi, ma questi vanno messi nel contesto di un sistema che, come nel caso dei trapianti, è un sistema che funziona”. L’Italia, ricorda, “è oggi una delle nazioni con il più alto tasso di donazione e con risultati tra i migliori al mondo. Dunque, eventi negativi che possono verificarsi, e che giustamente devono essere approfonditi, vanno messi nel contesto di un’attività che è di altissima qualità”. Quanto alle prospettive future, “nel medio termine, probabilmente potremo produrre in laboratorio gli organi che ci servono per il trapianto o usare terapie cellulari come le cellule staminali che, infuse, possono riprodurre la funzione di un organo fino a quel momento non funzionante. Altra prospettiva sono gli xenotrapianti dai maiali o gli organi ‘stampati’ in 3d,  ma si tratta di terapie in fase iniziale di sviluppo – avverte Spada – e che richiederanno ancora degli anni”. Per ora quindi, conclude, “il trapianto attraverso la donazione d’organi è indispensabile per curare pazienti che, altrimenti, non riusciremmo a far sopravvivere. E’ un atto d’amore e ogni persona che decide di donare i propri organi può salvare fino a 7-8 vite contemporaneamente”.

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    Maria Pia, da 32 anni con il fegato di Nicholas Green: “Sarò presto nonna”

    Maria Pia Pedalà ha 50 anni, vive a San Fratello, in Sicilia e da 32 anni porta dentro di sé il fegato di Nicholas Green, il bambino americano ucciso durante una vacanza in Italia, la cui morte scosse il Paese e trasformò la storia della donazione di organi. Maria allora aveva 19 anni e stava morendo.

    Era il 1994 e ancora abitava a Torrenova, tutto iniziò con un malessere improvviso. Vomito, febbre altissima, ittero e la diagnosi di epatite fulminante da morbo di Wilson. “Nel giro di un mese la situazione precipitò”, ricorda oggi. Orfana di madre dall’età di 12 anni, fu il fratello a caricarla in macchina e portarla all’ospedale di Messina.  “Se avessimo aspettato un giorno sarebbe stato troppo tardi”. Da lì scattò la corsa contro il tempo. Il giorno dopo fu trasferita con un aereo militare al Policlinico Umberto I di Roma. Era già in lista d’attesa prioritaria per un trapianto.

    L’effetto Nicholas

    “All’epoca, più di trent’anni fa, la donazione di organi era ancora rara e i trapianti non avevano il livello di sviluppo e organizzazione di oggi. Poi arrivò la notizia che avrebbe cambiato tutto”, racconta all’ANSA.

     C’era un organo compatibile. Proveniva da Nicholas Green, il bambino di sette anni ferito a morte da un proiettile mentre viaggiava sulla Salerno-Reggio con la sua famiglia. Trasportato all’ospedale di Messina, fu dichiarato morto poche ore dopo. I genitori, Maggie e Reginald, presero una decisione che commosse l’Italia e il mondo: donarono tutti i suoi organi. Gli italiani si strinsero intorno alla famiglia Green con cortei e centinaia di lettere di solidarietà, che portarono a triplicare in pochi anni il numero delle donazioni di organi, all’epoca ancora rare in Italia: fu chiamato l’Effetto Nicholas e numerosi documentari ancora raccontano questa storia, l’ultimo prodotto da Endemol per la Rai.

    Un gesto di generosità, all’epoca inaspettato, che salvò o migliorò la vita a sette persone. Il fegato andò a Maria Pia. “Sono passati 32 anni ma ricordo tutto: la lotta contro il tempo, la paura per l’operazione, il risveglio, da sana. Poi una lunga serie di controlli, che non finiranno mai. Ma ogni giorno della mia vita è un giorno regalato”. All’epoca era fidanzata con quello che sarebbe diventato suo marito. Insieme hanno avuto due figli, oggi arruolati nella Marina militare. E uno di loro sta per renderla nonna. “Incredibile pensare che tutto questo esiste perché qualcuno ha deciso di darmi una possibilità”, dice commossa.

    Il primo di tanti incontri

    Il primo incontro con mamma e papà Green avvenne nel febbraio del 1995 a Messina. Una fotografia testimonia l’emozione. “Stringendo il mio volto tra le mani, Reginald mi disse: insieme faremo grandi cose in nome di Nicholas”. Oggi, a distanza di tre decenni, Reginald Green, continua a girare il mondo per promuovere la cultura della donazione. E Maria Pia continua a raccontare quella storia. Perché, dice, “la mia vita è la prova che la donazione può trasformare una tragedia in speranza”. 

    Da allora il rapporto tra loro non si è mai interrotto. “Parliamo lingue diverse, ma non serve parlare. Ci bastano gli sguardi e gli abbracci”, dice Maria. Lo conferma Reginald: “Quando ha saputo che presto avrà un nipotino, le ho detto: bene, diventerò bisnonno! C’è un legame familiare che va oltre il sangue. Con lei così come con tutte le altre persone che hanno ricevuto gli organi di Nicholas, come Andrea Mongiardo, a cui venne impiantato il cuore e deceduto nel 2017″.

    Reginald, dagli Stati Uniti, segue ancora tutte le storie legate alla donazione di organi. “Quando ho letto della tragedia del mi messo nei panni della famiglia del piccolo ma anche in quella anche di chi aveva donato quel cuore. Un dolore immenso. Ma per un caso tragico, ci sono decine di migliaia di vite salvate. Per la Fondazione Nicholas sarà un’occasione per rilanciare con forza una nuova campagna di sensibilizzazione nella popolazione. Speriamo che anche l’Associazione italiana donazione di organi (Aido) si unisca a noi”.

    Maria Pia Pedalà e Reginald Green, oggi

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    I familiari e la domanda che arriva nel momento più difficile

    “Mio fratello Davide aveva 20 anni quando morì in un incidente stradale il 19 marzo 2013. I miei genitori erano distrutti, io ero incinta e cercavo di tenere insieme tutti. I medici chiesero il consenso alla donazione degli organi, a me la domanda sembrava surreale. Non avrei mai pensato di trovarmi di fronte a una scelta simile. Poi la decisione arrivò quasi come un istinto: forse quello era l’unico modo per sopravvivere al dolore”. Shana oggi ha due figli e 39 anni. Per anni ha sperato di poter incontrare la persona che vive grazie al cuore di suo fratello. Un desiderio umano che però in Italia la legge non consente di realizzare facilmente. Quel cuore fu trapiantato la notte stessa nel petto di una ragazza di 17 anni, Anna Iaquinta, ricoverata all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. La giovane aveva alle spalle una lunga storia di malattia. Quando fu inserita in lista trapianto, il cuore compatibile arrivò poche ore dopo.

    Il post su Facebook

    Per molto tempo, però, tra le due famiglie rimase solo il silenzio. La legge italiana sui trapianti, la 91 del 1999, impedisce infatti il contatto diretto tra chi riceve un organo e i familiari del donatore. “Ho sempre sperato che la persona che aveva ricevuto il cuore di Davide si facesse viva”, racconta Shana. Per anni ha provato a cercarla anche sui social, arrivando a pubblicare un appello su Facebook condiviso decine di migliaia di volte. Dall’altra parte anche Anna pensava spesso a quella famiglia e iniziò a cercare su internet, incrociando le poche informazioni disponibili fino ad arrivare alla “Tenuta di Davide”, la fattoria didattica creata dalla famiglia del giovane a Fondi in sua memoria. Il contatto tra le due donne è arrivato nel 2022, proprio il 19 marzo, nell’anniversario della morte di Davide.

    “Quando ho ricevuto quella chiamata non riuscivo a crederci”, ricorda Shana. “È stato come ritrovare una parte di me”. L’incontro ha trasformato il loro legame in un impegno comune: raccontare il valore della donazione degli organi e sostenere chi chiede una modifica della legge per permettere, quando entrambe le parti lo desiderano, di conoscersi. “Raccontare il valore del dono è l’unico modo che ho trovato per trasformare il dolore in qualcosa che possa aiutare gli altri”, dice Shana.

    La battaglia comune per allentare le maglie della legge

    Oggi Shana sostiene chi chiede di cambiare la normativa che vieta l’incontro tra famiglie dei donatori e riceventi di organi. Così come fa da tempo anche Reginald Green, padre di Nicholas Green, il bambino americano ucciso nel 1994 mentre era in vacanza in Italia. La decisione dei genitori di donare i suoi organi salvò sette persone e scosse l’opinione pubblica, contribuendo a far crescere nel Paese la cultura della donazione. 

    Da allora tantissima strada è stata fatta sul fronte dei trapianti, ma la legge attuale, risalente al 1999, ostacola di fatto i contatti tra le due parti coinvolte. “Le famiglie dei donatori non possono sapere se i riceventi degli organi della persona amata sono ancora vivi. E i riceventi non possono ringraziare coloro che li hanno salvati”, osserva Reginald Green. Per permettere che le due parti possano scriversi ed eventualmente incontrarsi, se entrambe lo vogliono, nel 2019 era stata presentata alla Camera una proposta di legge a firma di Fabiola Bologna, poi dimenticata con la fine della legislatura. A sollecitarla anche Marco Galbiati, il papà di Como che ha raccolto 50.000 firme con una petizione per chiedere di poter conoscere chi ha ricevuto il cuore del figlio Riccardo, morto nel 2017. 

    I genitori di Nicholas Green ospiti di Maurizio Costanzo

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    Anna e il cuore nuovo a 17 anni: “Ho voluto incontrare la sorella del mio donatore”

    La storia di Anna Iaquinta è quella di una seconda possibilità trasformata in impegno e testimonianza. Aveva 17 anni quando ha ricevuto un nuovo cuore. Oggi, a distanza di anni, insieme alla sorella del ragazzo da cui è stato espiantato l’organo, ha scritto un libro e ha fondato un’associazione per promuovere la cultura della donazione. Il suo percorso con la malattia inizia da bambina. A 10 anni affronta una chemioterapia per un tumore, che però lascia conseguenze pesanti sul cuore. “Per anni ho vissuto con uno scompenso cardiaco – racconta all’ANSA -. Dai 10 ai 17 anni la mia vita è stata segnata da controlli, cure e ricoveri, infusioni di dopamina”.

    Ttredici anni fa arriva un’ulteriore complicazione: una grave reazione ai farmaci. “Mi diagnosticarono la Sindrome di Stevens-Johnson, scatenata da una reazione a uno dei tanti medicinali che stavo assumendo. Non riuscivo più ad alzarmi dal letto, in un mese ho perso 13 chili e non riuscivo quasi a mangiare”. Ci mette un mese a riprendersi e i medici sono costretti a sospendere tutte le terapie ma senza i farmaci, lo scompenso del suo cuore precipita. La svolta arriva all’improvviso. “Ero in ospedale, in attesa di essere dimessa. Quella mattina mi avevano appena inserita in lista trapianto”.

    Poche ore dopo la porta della stanza si apre: entra la dottoressa. “Ho capito subito dalla sua espressione”. Il cuore compatibile era arrivato. L’intervento viene eseguito la notte stessa, il 19 marzo 2013. L’operazione viene effettuata all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, uno dei principali centri italiani per la cardiochirurgia pediatrica. “Mi sono svegliata due giorni dopo, a mezzogiorno. Nel sentire questo nuovo cuore battere così forte, ho provato una sensazione difficile da spiegare: il cuore batteva forte sentivo amore e commozione, stavo iniziando una nuova vita grazie a questo dono”.

    La ricerca del donatore

    Negli anni successivi Anna decide di cercare la famiglia del donatore.  “Il mio desiderio era far sapere che ero viva e dire grazie. Ma avevo anche paura e pudore”, racconta. Dall’ospedale non poteva avere aiuto perchè una legge del 1999 vieta che possano essere fornite informazioni reciproche alle due parti, per tutelarne la privacy. Si rivolge quindi a Google dove trova, su un articolo di giornale, le prime informazioni di quello che, incrociando le date, sembrava essere il suo donatore: un ragazzo morto in un incidente stradale, Davide Parisella. Poi cerca su Facebook e trova il post della sorella di Davide, Shana, che esprimeva il desiderio di conoscere la persona che aveva avuto il cuore del fratello. Iniziano così i primi contatti: Anna e Shana, senza saperlo, avevano avviato lo stesso percorso di ricerca. L’incontro è stato “semplice e profondissimo – ricorda – nel corso degli anni abbiamo parlato senza reticenze delle nostre sensazioni. Avere questo rapportomi ha fatto sentire più serena e più completa”.

    Da quella esperienza nasce l’associazione “Il dono di Davide”, con l’obiettivo di diffondere consapevolezza sulla donazione degli organi. Il caso del piccolo Domenico, morto dopo un trapianto di cuore, dice, non deve disincentivare gli espianti. “Quello che è successo è inaccettabile e il dolore dei genitori è immenso. Ma non possiamo dimenticare che ogni giorno medici e infermieri lavorano con grande professionalità e che i trapianti continuano a salvare tante vite. È giusto chiedere verità e responsabilità, ma non perdere la fiducia in chi ogni giorno si impegna per dare una seconda possibilità a tanti pazienti”.

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    Un lungo cammino iniziato secoli fa

    L’idea di trasferire parti del corpo da un individuo a un altro è antichissima. Leggende e miti dell’antico Egitto, di epoca greca e romana e della tradizione indiana e cinese raccontano di organi trapiantati da cadaveri e da animali. Trasformare questa idea in una tecnica al servizio della medicina non è stato facile né breve. Ci sono voluti secoli di tentativi e si sono dovute accumulare moltissime conoscenze prima di arrivare a risultati apprezzabili, per consolidarli e per trasformarli in una pratica clinica al servizio dei pazienti.
    Solo a metà ‘900 sono arrivati i primi risultati apprezzabili, in quella che viene definita ‘l’epoca d’oro dei trapianti’. Ma era solo l’inizio di una nuova storia: parallelamente a questa strada maestra se ne sono aperte altre, come quella che ha permesso di capire il ruolo del sistema immunitario e ha portato ai primi farmaci antirigetto. 

    Due secoli di tentativi

    Nel 1668 non c’era niente di meglio del frammento del cranio di un cane per correggere il difetto di un cranio umano e, in mancanza di alternative, si narra che il chirurgo olandese Job van Meeneren eseguisse così il primo trapianto di osso. Altri trapianti da animale a uomo vennero eseguiti nel XVIII secolo. Risale al 1869 la prima prova di un trapianto di pelle, eseguito dal chirurgo svizzero Jacques-Louis Reverdin. La sua tecnica aveva aperto una strada che si rivelò importantissima quando, con la prima guerra mondiale, si moltiplicarono i casi di ustioni.
    Questo successo era una parentesi nel proliferare dei tentativi di trapianto dagli animali agli esseri umani.
    Nel 1893 a Londra, per esempio, si tentava un trapianto di pancreas da un animale a un ragazzo di 15 anni, nel 1905 in Francia il rene di un coniglio veniva impiantato in un bambino con un’insufficienza renale e almeno fino agli anni ’30 sono stati fatti altri trapianti dagli animali all’uomo, ma in tutti i casi i pazienti sono sopravvissuti solo pochi giorni.
    Risale al 1933, il primo trapianto di rene da madre a figlio, eseguito dal chirurgo ucraino Yurii Voronyi, ma anche in questo caso il ragazzo morì in pochi giorni. Interventi analoghi vennero fatti a Boston, Chicago e Parigi. Nello stesso periodo destavano scalpore gli esperimenti del chirurgo francese di origini russe Serge Voronoff, che propagandava come una terapia di ringiovanimento il trapianto del tessuto dei testicoli da scimmia a uomo.

    L’età d’oro

    La storia dei trapianti assume una piega decisamente diversa e inizia a trovare la sua strada a metà ‘900, quando il chirurgo americano Joseph E. Murray eseguì con successo il primo trapianto di rene da un donatore vivente. Era il dicembre 1954 e quell’intervento segnava una nuova era della medicina, accanto alle ricerche sui primi farmaci antirigetto: era abbastanza perché Murray venisse premiato con il Nobel nel 1990.
    Nel 1966 negli Stati Uniti, a Minneapolis, i chirurghi Richard Lillehei e William Kelly eseguivano un trapianto combinato di rene e pancreas su un paziente diabetico e l’anno successivo arrivò il trapianto di cuore, allora considerato l’organo vitale per eccellenza. La notizia corse immediatamente in tutto il mondo. Era il 3 dicembre 1967 quando Louis Washkansky, un uomo d’affari sudafricano di 55 anni, riceveva un nuovo cuore grazie al trapianto eseguito dal chirurgo Christiaan Barnard nell’ospedale Groote Schuur di Città del Capo. Washkansky aveva un cuore ormai inaffidabile e che non gli avrebbe lasciato ancora molto da vivere e forse furono proprio le sue condizioni così critiche a convincere Barnard a tentare il trapianto, osando attraversare quella che allora era decisamente una frontiera inesplorata della chirurgia. Dopo un miglioramento iniziale, la situazione precipitò rapidamente fino alla morte di Washkansky, avvenuta per una polmonite 18 giorni più tardi, il 21 dicembre 1967. Tuttavia la strada era aperta.
    Il secondo trapianto arrivò un mese più tardi e il paziente sopravvisse 19 mesi. Progressivamente la disponibilità di terapie immunosoppressive più efficaci permise una maggiore sopravvivenza dei pazienti trapiantati. La tecnica cominciò a diffondersi e in Italia il primo trapianto di cuore è stato eseguito a Padova il 14 novembre 1985 dal gruppo di Vincenzo Gallucci.
    Nel 1967 arrivò anche il primo successo nel trapianto di fegato. A Denver, presso l’Università del Colorado, l’aveva eseguito su un bambino un altro pioniere dei trapianti, Thomas Starzl, a quattro anni da un primo tentativo su un bambino che morì per un’emorragia. In Italia il primo intervento è stato fatto a Roma nel 1982 da Raffaello Cortesini.

    Trapianti da vivente e farmaci antirigetto

    Successivamente la tecnica è stata perfezionata fino a permettere, alla fine degli anni ’80, il trapianto di una parte del fegato, un organo che si rigenera, da un donatore vivente. Agli anni ’80 risalgono anche i primi trapianti di cuore-polmoni (1981) e di intestino (1987), come molti dei progressi fatti nei farmaci antirigetto. Quello per eccellenza, la ciclosporina, era stato introdotto alla fine degli anni ’70 e da allora ha permesso di aumentare in modo significativo il successo dei trapianti e la sopravvivenza dei pazienti.
    Nel 1982 è stato anche impiantato il primo cuore artificiale, progettato dall’ingegnere statunitense Robert Jarvik. Da allora anche questa tecnologia ha fatto progressi notevoli, fino a modelli che regolano in modo autonomo il loro funzionamento in base alle esigenze di ciascun paziente.
    Alla fine degli anni ’90 altri trapianti hanno fatto scalpore, come quelli di mano e di viso, e all’inizio degli anni 2000 ha sollevato polemiche il primo trapianto in utero, eseguito in Svezia all’istituto Karolinska di Stoccolma e in seguito anche in Italia, per limitare i danni di una rara malattia congenita: l’osteogenesi imperfetta.
    Nel 2008 è nato un bambino da una donna alla quale erano state trapiantate le ovaie. E’ stata avventurosa anche la storia del trapianto di neuroni, cominciata in Svezia alla fine degli anni ‘70 con esperimenti sui ratti e poi sulle scimmie, fino al trapianto di cellule nervose per combattere la malattia di di Parkinson in un gruppo di pazienti sui quali le cure tradizionali non avevano più effetto. Un risultato importante è stato ottenuto nel 2019 in Italia, dal gruppo di Angelo Vescovi, con il trapianto di cellule staminali del cervello per combattere la Sclerosi laterale amiotrofica (Sla). 

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    L’ultima frontiera

    , quella degli xenotrapianti che sta viaggiando su nuovi binari dopo un inizio difficile. Un’altra via che ha portato a risultati di successo è quella dei trapianti tra viventi, come quelli di rene e fegato. La frontiera più recente è stata aperta dalle cellule staminali, che oggi permettono di costruire modelli di organi utili per studiare malattie e per sperimentare farmaci e che in un futuro potrebbero permettere di coltivare in laboratorio, a partire dalle cellule di un paziente, organi da trapiantare perfettamente compatibili

    Trapianti da animale a uomo

    E’ rimasto celebre il caso di Bay Fae, la bambina nata con una gravissima malformazione cardiaca che il 26 ottobre 1984, a soli 12 giorni, aveva ricevuto il cuore di un babuino ed era sopravvissuta per due settimane, toccando il record di sopravvivenza nei trapianti da animale a uomo (xenotrapianti).
    Otto anni più tardi il pioniere dei trapianto Thomas Starzl decise di tentare di nuovo questa strada per sopperire alla scarsa disponibilità di organi da donatori umani. Nel 1992, a Pittsurgh ha sostituito il fegato di un uomo con l’epatite B con quello di un babbuino. A questo primo tentativo ne seguirono altri, ma senza successo.
    Il grande problema allora era il rigetto e gli strumenti per superarlo sono arrivati dalla genetica, con la possibilità di modificare il Dna degli animali in modo da rendere i loro organi compatibili con il corpo umano. Una strada che spesso, in tutti questi anni, ha sollevato dubbi etici e polemiche, ma al momento la più vicina ad applicazioni concrete.
    A segnare una svolta è stato, nel 2022, il successo del primo trapianto di cuore da un maiale geneticamente modificato in un essere umano, all’Università del Maryland. Dopo quell’intervento, autorizzato per uso compassionevole, il paziente è sopravvissuto per due mesi: è stata comunque la dimostrazione che i trapianti di questo tipo (xenotrapianti) possono funzionare senza rigetto immediato.
    Nel 2025 è avvenuto un trapianto di rene da maiale geneticamente modificato a uomo e recentemente il fegato di un maiale geneticamente modificato è stato utilizzato per tenere in vita un uomo in attesa del trapianto con un organo umano.
    La scommessa è rendere tollerante l’organismo che riceve il nuovo organo facendo a meno o riducendo la terapia immunosoppressiva. Una possibile strada consiste nell’utilizzare organi di animali geneticamente modificati, in modo da attivare la tolleranza senza dover ricorrere, o riducendo sensibilmente, la terapia immunosoppressiva e risultati interessanti si stanno ottenendo di anno in anno. L’ostacolo da superare è la memoria delle cellule immunitarie, primo motore del rigetto e attualmente impossibili da bloccare. E’ stata tentata così una strada lunga, ma promettente, che consiste nell’ottenere cellule staminali mesenchimali in grado di impedire che le cellule della memoria entrino in azione

    Organi coltivati in laboratorio

    Arrivare a coltivare in laboratorio organi destinati ai trapianti è l’ultima frontiera in questa lunga storia, e anche la più complessa.
    Il punto di partenza sono le cellule embrionali e i primi risultati sono interessanti. Finora si sono ottenute strutture simili al rene, anche se con pochi glomeruli, le formazioni costituite da capillari che hanno la funzione di filtrare urina e sangue. Ci vorranno ancora anni di ricerche prima di trapiantare in un essere umano un organo coltivato in laboratorio.
    La strada è ancora molto lunga, ma il cammino è iniziato nel 2011, con il primo occhio coltivato a partire da staminali di topo. Era una prova di principio, che aveva avuto il merito di dimostrare come le cellule fossero in grado di auto-organizzarsi in una struttura precisa.
    E’ del 2024 la realizzazione del primo organoide della congiuntiva e risalgono al luglio 2025 i primi organoidi del cervello stampati in 3D

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    Dal prelievo al trapianto, il ‘viaggio’ di un cuore ha il tempo massimo di 5 ore

    E’ la velocità la prima condizione per rendere possibile un trapianto di cuore o di organi in generale. E nel caso del cuore, i tempi sono particolarmente stretti: solo 5 ore possono trascorrere dal momento del prelievo a quello del  trapianto nel paziente ricevente. Una corsa contro il tempo che prevede un lavoro d’equipe e una serrata organizzazione. Assicurare il trasporto tempestivo di organi e tessuti, spiegano infatti dal Centro nazionale trapianti (Cnt), rappresenta una delle fasi più delicate del complesso processo che porta al trapianto. gli organi non possono essere 

    conservati a lungo termine poiché presentano un tempo di ischemia molto stretto e differente per cuore, rene, fegato e polmone. Il tempo di ischemia è il periodo durante il quale gli organi o i tessuti sono privi dell’apporto di sangue e di ossigeno e, per questo, possono danneggiarsi. Il tempo di ischemia per cuore  e polmoni va dalle 3 alle 5 ore; per il fegato dalle 5 alle 7 ore; per i reni dalle 12 alle 18 ore. Dopo il prelievo, nella maggior parte dei casi gli organi – opportunamente conservati – sono trasportati su strada con i mezzi e gli operatori dei servizi di emergenza-urgenza regionali. Si tratta di ambulanze o di auto mediche che portano a destinazione l’organo donato per procedere al trapianto. In altri casi, quando i chilometri da percorrere sono tanti e c ‘è poco  tempo a disposizione, gli organi o le equipe per il prelievo viaggiano in aereo, con voli di linea o compagnie private. Un viaggio che si differenzia per i vari organi: cuore e polmoni sono sempre accompagnati da equipe. Il fegato, invece, può viaggiare senza equipe al seguito e solitamente è trasportato in aereo. Il rene, generalmente è trasportato su gomma ma, se le distanze lo richiedono, può viaggiare anche in aereo con voli di linea. 

     In alcuni casi, come per la realizzazione dei prelievi e i trapianti di rene in caso di catene cross-over, la Polizia stradale mette a disposizione del sistema la Lamborghini (Urus e Huracan) e i piloti appositamente formati a condurre veicoli ad alta velocità. L’utilizzo di questi mezzi è previsto nell’ambito di un accordo di collaborazione tra la Polizia di Stato e il Cnt. Ci sono poi casi particolari, quando è impossibile attivare voli privati, in cui il Cnt richiede l’intervento della Presidenza del Consiglio dei ministri per attivare un volo di Stato, attraverso la collaborazione con l’Aeronautica militare e il 31/mo stormo.

    Di recente, il Cnt ha siglato anche un accordo di collaborazione con Trenitalia per il trasporto gratuito a bordo delle Frecce dei campioni di materiale biologico la cui analisi è necessaria per stabilire la compatibilità tra donatore e ricevente prima di ogni trapianto. 

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    Ecco come diventare donatori, basta un ‘sì’ al rinnovo della carta d’identità

    Al rilascio o rinnovo della carta d’identità ogni cittadino maggiorenne può esprimersi sulla donazione di organi e tessuti dopo la morte, indicando il proprio consenso (sì) o dissenso (no). Tra le opzioni previste al Comune c’è anche l’astensione (non mi esprimo); in questo caso, non si procede ad alcuna dichiarazione e si rimanda la scelta ad un secondo momento. 

    La volontà resa all’ufficio anagrafe del Comune è registrata nel Sistema Informativo Trapianti e consultabile dai medici per verificare, dopo la morte, l’esistenza di una dichiarazione sulla donazione. La dichiarazione di volontà sulla donazione di organi e tessuti resa al Comune al rilascio o rinnovo della carta d’identità può essere modificata in qualsiasi momento perché, ai fini di un eventuale prelievo, fa sempre fede l’ultima disposizione resa in ordine temporale. 

    Per cambiare il volere espresso in occasione del rinnovo della carta d’identità si può produrre una nuova dichiarazione utilizzando uno dei modi previsti dalla legge (Asl, Aido, donor card e manifestazione di volontà su carta semplice). In questo caso, ad esempio, se è stato registrato un “no” e si intende, al contrario, diventare donatori si può esprimere il “sì” utilizzando una delle modalità esistenti (la più immediata è disponibile sul sito www.sceglididonare.it). 

    Alla possibilità di esprimere il proprio volere sulla donazione al rinnovo della carta d’identità si affiancano altre quattro modalità, tutte altrettanto valide ai sensi di legge. Le opzioni a disposizione di ogni cittadino maggiorenne sono le seguenti: 

    Modulo dell’Azienda Sanitaria Locale di riferimento da sottoscrivere e consegnare presso gli uffici dell’ASL; è scaricabile la versione in lingua italiana e tedesca

    Modulo dell’AIDO – Associazione Italiana per la donazione di organi, tessuti e cellule, compilabile online, se si è in possesso della SPID o della firma digitale, o in presenza presso una delle sedi dell’associazione

    tesserino del CNT o il tesserino blu del Ministero della Salute, oppure una delle donor card distribuite dalle associazioni di settore; in questo caso è necessario stampare la tessera e conservarla tra i propri documenti personali. Inoltre è opportuno comunicare la propria decisione ai familiari

    – Foglio bianco che riporti la propria volontà, comprensivo di data e firma; anche in questo caso è necessario custodire questa dichiarazione tra i propri documenti personali e informare i propri familiari della scelta.

    La dichiarazione resa all’ASL, al Comune e all’AIDO è registrata nel Sistema Informativo Trapianti e consultabile dai medici per verificare, in caso di morte, l’esistenza di un’espressione di volontà sulla donazione.

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