Si lavora al negoziato, il tycoon forse venerdì a Ginevra

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    L’accordo c’è e ora inizia il lavoro più delicato: preparare lo storico faccia a faccia fra Iran e Stati Uniti in Svizzera e, soprattutto, spianare la strada al negoziato dei prossimi 60 giorni che vede al centro la questione più spinosa: il nucleare.

      I lavori sono già in corso con le parti che hanno in programma di vedersi a giorni a Doha per dei colloqui preparatori in vista della firma. Sarà allora che, probabilmente, si conoscerà con esattezza la composizione delle delegazioni che si stringeranno la mano. Per gli Stati Uniti, ha riferito un funzionario americano, ci saranno gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, e il vicepresidente JD Vance, il più pacifista dell’amministrazione. Donald Trump però non ha escluso del tutto di poter partecipare: “Dipende, potrei essere coinvolto o meno”, ha detto a Evian a fianco del presidente francese Emmanuel Macron. Il commander-in-chief è in Europa per il G7 e l’Air Force One è parcheggiato proprio nella Ginevra dove si terrà la firma. Per consuetudine il presidente e il vicepresidente non sono mai fuori dal Paese contemporaneamente, ma per Trump la cerimonia sarebbe l’occasione per chiudere il cerchio e rivendicare di essere l’uomo della svolta in Medio Oriente, anche nei rapporti con l’Iran. Il presidente potrebbe però decidere di lasciare il campo a Vance e riservarsi di mettere il suo sigillo sull’eventuale accordo raggiunto al termine dei 60 giorni, magari con una stretta di mano con la guida suprema Mojtaba Khamenei. Un’opportunità storica un po’ come il faccia a faccia con il leader nordcoreano Kim Jung-Un.

        Mentre sia l’Iran che gli Stati Uniti cantano vittoria, i contenuti del memorandum raggiunto non sono ancora chiari nel dettaglio. Trump ha indicato che saranno resi noti venerdì, mentre un funzionario dell’amministrazione ha parlato di “24-48 ore”. Fra i nodi su cui c’è apparente confusione di interpretazione, c’è il Libano. Per l’Iran la fine degli attacchi di Israele contro il Libano è “parte integrante” e “inseparabile” dell’accordo. Per Washington, invece, il ritiro di Israele dal Libano non è una condizione dell’intesa: lo Stato ebraico – ha spiegato un funzionario americano – ha il diritto di difendersi e può rispondere se l’Iran non può controllare Hezbollah. Dettagli ancora poco chiari sullo Stretto di Hormuz.
        Teheran ha osservato come il memorandum prevede il transito senza pedaggio “solo per 60 giorni”, mentre Washington si aspetta che lo Stretto “riapra senza pedaggi nel lungo periodo”.

        Divergenze di interpretazione non da poco che, però, potrebbero essere solo motivate dalla voglia di tutte e due le parti di rivendicare la vittoria contro l’avversario storico e superare le resistenze interne. A Teheran, infatti, l’intesa non piace a tutti e lo stesso a Washington. Il Congresso, inclusi gli alleati di Trump, non hanno nascosto la diffidenza di fronte a un memorandum che attendono di leggere nel dettaglio. “Sono alquanto preoccupato dal fatto che la visione dell’accordo da parte dell’Iran sembri diversa da quanto sostenuto dal team negoziale americano”, ha detto il senatore Lindsey Graham, il falco alleato del presidente. Dubbi sono arrivati anche dall’influencer alleata di Trump Laura Loomer. “Credo che Trump sia impegnato alla pace. Vedremo per quanto tempo l’Iran manterrà l’accordo per il quale il presidente ha lavorato instancabilmente”, ha osservato.

        All’intesa guardando con scetticismo anche gli esperti. La riapertura dello Stretto e la rimozione del blocco sono solo un ritorno allo status quo prima della guerra, hanno notato ricordando come già nel 2025 il commander-in-chief aveva imposto all’Iran una scadenza di 60 giorni per un’intesa sul nucleare e poi tutto era sfociato nell’operazione Midnight Hammer. Senza contare l’impatto della guerra sui rapporti fra gli Stati Uniti e Israele, e la crescente diffidenza di tutto il Medio Oriente nei confronti di una Washington che ha dimostrato di essere meno affidabile. 
       

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