Disposto il controllo giudiziario d’urgenza per altre due griffe della moda di lusso, accusate dalla Procura milanese di aver adottato una “modalità di produzione (con conseguente risparmio sul costo del lavoro) e di aver subappaltato la produzione di capi di abbigliamento” con una “deliberata mancanza di modelli organizzativi idonee a garantire che si verifichino situazioni di pesante sfruttamento lavorativo”.
Dove i turni sarebbero stati di “7 giorni alla settimana, con orario dalla 8 alle 22” e stipendi sotto la soglie di povertà. Con le perquisizioni di stamane della Guardia di Finanza e la notifica del decreto con cui il pm Paolo Storari e la collega Daniela Bartolucci hanno nominato un amministratore giudiziario, sono finite nel pacchetto delle indagini per caporalato la ‘Alberto Aspesi&C’ con il suo amministratore delegato, Francesco Umile Chiappetta, e ‘Dama spa’, società che rappresenta il brand Paul & Shark con il suo ad, Andrea Dini, cognato del Presidente della Lombardia Attilio Fontana. E poi tre cinesi titolari di un opificio a Garbagnate Milanese, che tra il 2023 e il 2025, per via di una ispezione, ha cambiato nome ma non sede, al quale è stata affidata la confezione di vestiario e che è arrivato a fatturare anche 3 milioni in un anno. Il Governatore lombardo, oltre a definire “strumentale” l’abbinamento del suo nome a quello del cognato “titolare dell’azienda nella quale non ho alcuna parte”, ha aggiunto che il familiare “sicuramente dimostrerà la propria innocenza, come ha fatto in precedenti episodi nel quale è stato coinvolto”. Il riferimento è la vicenda dei camici durante il Covid, che si era conclusa con il proscioglimento dello stesso Fontana e di altre quattro persone tra cui appunto Dini. Il provvedimento dei pubblici ministeri, che dovrà essere ora convalidato da un gip, “trae origine da accertamenti di polizia giudiziaria che avrebbero ‘fotografato’ un fenomeno dove due mondi – solo apparentemente distanti – quello del lusso da una parte e quello di laboratori cinesi dall’altra, entrano in connessione per un unico obiettivo: abbattimento dei costi e massimizzazione dei profitti attraverso elusione di norme penali giuslavoristiche” con margini di guadagno, è stato calcolato, che vanno dal 95% all’87%. Come è stato ricostruito, le due aziende avrebbero adottato una politica d’impresa in cui sarebbero stati “effettuati costantemente audit e visite presso fornitori dove era in atto lo sfruttamento lavorativo e finalizzati solo alla verifica della qualità del prodotto, rimanendo invece ciechi nei confronti di tutti gli aspetti inerenti la sicurezza sul lavoro”. Nel laboratorio, dove sono sono stati trovati giacconi, ordini e fatture, il ciclo produttivo del vestiario per le due griffe sarebbe avvenuta in “condizioni di degrado” in locali privi di presidi di sicurezza con anche una parte “adibita ad alloggi dormitorio (…) realizzata abusivamente” e “al di sotto del minimo etico” sotto il profilo igienico-sanitario. E poi retribuzione “a cottimo” e inadeguata per le ore di lavoro al giorno che avrebbero sfiorato quota 14 compresi sabato e domenica. Tutto ciò ha portato i pm Storari e Bartolucci a contestare il caporalato diretto perché Aspesi &C e Dama avrebbero accettato “lo sfruttamento dei lavoratori” in nero, circa 45 persone, “come modalità di produzione” essendo state “assiduamente presenti presso l’opificio, dove, lo si ricorda, era affisso un cartello indicativo dell’orario di lavoro (8 -22)”, cosa per cui “pare francamente difficile escludere il dolo delle figure apicali”. Ora la parola passa al giudice.
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