Il nuovo dialogo tra governo Meloni e magistrati nasce sulle ceneri della riforma della Giustizia. Mentre il ministero di via Arenula si libera dei suoi componenti più ‘baricadieri’ – la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e il sottosegretario Andrea Delmastro – comincia una fase inedita, dopo lo spartiacque del voto referendario.
La mano è tesa da entrambe le parti, Esecutivo e toghe, e comincia dalla presa di responsabilità assunta dal Guardasigilli per la debacle alle urne. “Le sconfitte politiche si pagano, è inutile far finta di nulla”, dice Nordio, che però annuncia l’intenzione di voler terminare un “percorso di riforme entro quest’anno”.
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L’Associazione nazionale dei magistrati coglie il messaggio e si dice pronta a tornare sugli otto punti da cui si è partiti il 5 marzo del 2025, con un primo incontro a Palazzo Chigi: quel confronto di fatto non è mai partito, oscurato dalla partita sulla legge per la separazione delle carriere e i due Csm.
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Ora che è tutto azzerato però si può riprovare: “Vogliamo lavorare con il ministero e con gli avvocati sulle riforme necessarie per l’efficienza della giustizia, come le piante organiche e il tema degli applicativi informatici”, dice il segretario generale dell’Anm, Rocco Maruotti. “L’Anm – sottolinea – non è un attore politico, ma è sempre intervenuta nel dibattito pubblico sui temi della giustizia con una certa postura e, come in questa occasione referendaria, evitando una contrapposizione frontale”.
A suggellare l’intesa è il vice ministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, colomba di via Arenula. “Di seguito al risultato del referendum credo si possano disegnare responsabilmente nuovi percorsi nei rapporti tra politica e magistratura, sarà opportuno stabilire le modalità di interfaccia unitamente al Consiglio nazionale forense, contraddittore necessario di ogni scelta”, spiega Sisto negli stessi momenti in cui Bartolozzi e Delmastro, travolti da polemiche politiche e grane giudiziarie, erano a colloquio negli uffici del ministero rassegnando le dimissioni”.
Poi, a distanza, stringe la mano alle toghe: “Va detto che l’Anm durante la campagna referendaria ha sempre sostenuto la necessità di riforme al sistema giudiziario, pur non concordando sul metodo di riforma della Costituzione. Se questo è vero, ci sono tutti i presupposti per ipotizzare un dialogo fattivamente teso a migliorare il sistema giustizia”.
Le intenzioni ci sono, così come le premesse per un tavolo che fino alla fine di questa legislatura possa permettere almeno una distensione dei rapporti, dopo tensioni e invettive reciproche durate più di un anno. Non si tratterà di concessioni tout court, ma di tentativi di reciproco ascolto. E – precisano fonti di governo – “quando ci si siede ad un tavolo ognuno porta il suo”.
Non è l’unico fronte su cui è proiettata l’Anm, ora intenta a colmare il vuoto lasciato dal suo presidente uscente Cesare Parodi, dimissionario subito dopo la chiusura dei seggi. Una prima risposta sulla nuova composizione del direttivo centrale arriverà alla riunione dei vertici di sabato prossimo. Almeno al momento restano invece in carica il vice presidente Marcello De Chiara e il segretario generale Rocco Maruotti.
La scelta, con lo Statuto alla mano, sarà tra decidere di nominare soltanto il nuovo presidente oppure rivotare per eleggere tutta la giunta. Il tutto alla luce di una questione che resta ancora aperta: il ‘no’ alla riforma ha vinto e il Csm resterà uno solo, ma il ‘correntismo’ dovrà essere affrontato, in gioco c’è la credibilità della magistratura. “C’è un tema di assunzione di responsabilità forte in termini di trasparenza – spiegano fonti dell’Associazione – è una questione di etica associativa e di regole, che già ci sono e attendiamo di vedere se produrranno effetti”.
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