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Nuova corsa del petrolio, salgono ancora i prezzi ai distributori

E’ durata solo lo spazio di una mattina la pausa nel rialzo del prezzo del petrolio che, dopo essere sfumata l’ipotesi di una tregua immediata di 45 giorni fra Iran e Usa, ha ripreso a correre finendo poi sopra i 114 dollari al barile. Certo le trattative diplomatiche proseguono e qualche petroliera legata al regime di Teheran o ai suoi alleati continua a passare lo stretto di Hormuz ma gli investitori valutano anche i danni alle infrastrutture petrolifere sia iraniane sia degli stati del Golfo. Attacchi che avranno conseguenze anche qualora il conflitto termini a breve o si raggiunga lo sblocco, seppur parziale dello stretto. E malgrado il governo italiano abbia prorogato fino al 1 maggio il taglio delle accise via decreto, che approda ora alla commissione finanze del Senato, ai distributori i prezzi continuano a salire.

Le rilevazioni del Mimit evidenziano come la benzina in modalità ‘self’ sia venduta in media a 1,781 euro al litro (era 1,777 sabato), mentre il prezzo del gasolio si assesta sui 2,140 euro al litro (2,130 sabato). Sulla rete autostradale l’esborso è ancora maggiore: il prezzo medio ‘self’ è di 1,816 euro al litro per la benzina e 2,157 euro al litro. Molte le incognite quindi sulla durata e le conseguenze delle operazioni militari che rischiano di creare una crisi finanziaria e industriale di vaste proporzioni. L’ennesimo messaggio preoccupato è arrivato dal numero uno dei banchieri americani, l’ad di Jp Morgan Jamie Dimon: la guerra rischia di causare uno shock per i prezzi delle commodity e spingere al rialzo l’inflazione e i tassi di interesse. Il manager non nasconde le sue preoccupazioni neanche per il settore del credito privato, i finanziamenti alle aziende da parte dei fondi senza ricorrere alle banche anche se questo, rileva non è “probabilmente” un problema sistemico.

La mossa dell’Opec+ decisa domenica di aumentare la produzione di 206mila barili e le prospettive di un cessate il fuoco avevano portato le quotazioni del greggio a scendere fino al 2% nella prima seduta dopo la Pasqua. Ma il no dell’Iran alla proposta Usa e gli attacchi israeliani e americani agli impianti petrolchimici di Theran hanno fatto cambiare direzione alle qutoazioni e il Wti è salito di oltre il 2,4% % a 114 dolari e il Brent ha superato quella di 110 dollari (111 dollari, +1,9%). In una settimana il rialzo complessivo è stato così del 23% aggiungendo pressione all’inflazione in Europa e negli Stati Uniti e colpendo il reddito disponibile delle famiglie e i bilanci delle imprese. Certo l’Iran sta consentendo il passaggio di navi di paesi amici o della ‘flotta ombra’.

Nel fine settimana, secondo gli analisti di Kpler, sono transitate per Hormuz 21 imbarcazioni e l’Arabia Saudita sta spingendo al massimo il suo terminal sul Mar Rosso ma si tratta di quantitativi ben inferiori a quelli pre-guerra. Vi sono poi i danni a dozzine di raffinerie, campi petroliferi, impianti per il gas, porti sia nei paesi del Golfo sia nello stesso Iran. La lista compilata da Bloomberg è lunga anche perchè non è chiaro quale sia il loro reale status operativo e quanto ci vorrà per riparare i danni.

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