Espandere il ‘modello Albania’ a livello europeo, con nuovi hub per il rimpatrio dei migranti clandestini in Paesi terzi sicuri finanziati con fondi comunitari. L’idea era stata già avanzata a fine giugno dalla premier Giorgia Meloni dopo l’approvazione del regolamento rimpatri, ma in queste ore verrà messa nero su bianco e presentata martedì da Matteo Piantedosi al tavolo del Consiglio straordinario europeo dei ministri degli Interni, convocato dopo l’emergenza di Ceuta.
C’è già una lista preliminare degli Stati che potrebbero ospitarli, molti dei quali in Africa. Ci sono Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia, Montenegro ed Etiopia. Alcuni, dunque, anche fuori le tradizionali rotte. Tra i papabili, in particolare, potrebbero esserci l’Uganda – su cui Germania, Austria e Olanda hanno già manifestato interesse – e il Montenegro. Resta in ogni caso il nodo dei fondi. Ma non sarà l’unica proposta che verrà avanzata alla riunione di martedì: l’Italia chiederà l’attuazione stringente del programma ‘Gsp+’, approvato quest’anno e in vigore dal primo gennaio del 2027. Un sistema che lega vantaggi sui dazi per i Paesi in via di sviluppo all’effettiva collaborazione nel riammettere i propri cittadini che soggiornano illegalmente in Europa. Entro la fine dell’anno si punta poi a far entrare a pieno regime il centro in Albania. A parlarne è stato nelle scorse settimane proprio il ministro Piantedosi spiegando che l’obiettivo è “di riutilizzarlo nella piena espansione della sua funzionalità entro la fine dell’anno, ma anche prima se si risolvono i problemi e le vicende giudiziarie”.
La struttura di Gjader è quindi destinata a “riprendere la sua originaria concezione o comunque l’utilità che può avere secondo anche quelli che sono i nuovi regolamenti europei” ha aggiunto il titolare del Viminale spiegando che questo avverrà quando si sarà “completato un passaggio, anche giurisdizionale”. Il piano per i centri in Albania è rimasto per ora un progetto incompiuto. Le previsioni iniziali erano alte con 3mila persone al mese da detenere, con un turnover molto accentuato, fino ad un massimo di 36mila persone l’anno. L’obiettivo era applicare le procedure accelerate di frontiera per l’esame delle domande di asilo ma da aprile dello scorso anno funziona solo come Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Da allora sono transitati alcune centinaia di migranti e anche i rimpatri sono stati limitati. Nel sito sono state allestite tre differenti strutture: quella più grande è un centro per richiedenti asilo da 880 posti, poi un Cpr da 144 ed un penitenziario da 20.
Un hotspot è stato realizzato nel porto di Schengjin. Lì – a bordo di una nave militare italiana – dovevano arrivare i migranti intercettati nel Mediterraneo centrale. Ma i vari trattenimenti non sono stati convalidati dai giudici. E mentre prosegue il rientro verso il Marocco dei migranti entrati in massa lo scorso 30 luglio a Ceuta, con un bilancio dei morti che sale a 71, il Papa ha espresso “preoccupazione” per “l’allarmante situazione” nell’enclave spagnola “chiedendo a Dio che per mezzo della intercessione di Nostra Signora dell’Africa si possano trovare soluzioni di pace, di stabilità e di giustizia”.
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