L’Europa tira dritto sulla linea dura contro Mosca. Caduto il veto brandito fino all’ultimo da Ungheria e Slovacchia, gli ambasciatori dei Ventisette hanno approvato al fotofinish la proroga fino al 15 settembre della blacklist che colpisce persone ed entità legate alla macchina da guerra del Cremlino. Un segnale netto diretto anche a Donald Trump, pronto a riaprire al petrolio russo, che tuttavia non ricuce le crepe interne al continente. Ad allargarle a ritmo ormai quotidiano è soprattutto Viktor Orban, in piena campagna elettorale, tornato all’attacco delle scelte di Bruxelles e di Volodymyr Zelensky, sempre più sotto tiro per non voler – nella lettura di Budapest – ripristinare l’oleodotto Druzhba che porta l’oro nero russo tra i confini ungheresi.
Un terreno di scontro che tornerà lunedì sul tavolo del G7 Energia convocato per rafforzare il sostegno a Kiev nel pieno degli shock sui prezzi legati alla crisi in Medio Oriente. In quella sede la Commissione europea spingerà il governo ucraino a intervenire per disinnescare la retorica magiara, consapevole che la partita si allarga ormai all’intera architettura energetica continentale, dalle misure d’emergenza invocate da sempre più Paesi alla divisiva riforma dell’Ets. L’accordo sulle sanzioni individuali alla Russia ha evitato l’imbarazzo di una scadenza ormai alle porte: senza intesa, il regime restrittivo sarebbe decaduto nelle prossime ore. Le misure che colpiscono oltre 2.600 persone ed entità ritenute coinvolte nell’aggressione a Kiev – tra congelamento dei beni, divieti di viaggio e stop a qualsiasi forma di finanziamento o sostegno economico – resteranno così in vigore per altri sei mesi, continuando a colpire anche l’oligarca russo Mikhail Fridman a dispetto della sentenza della Corte di giustizia Ue che nell’aprile 2024 annullò le restrizioni a suo carico. Il messaggio dei Ventisette resta invariato: il sostegno a Kiev è “incrollabile”. Dietro la linea ufficiale restano però vivi i malumori sul prestito da 90 miliardi e il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, ancora fermi al palo per il veto ungherese. I ministri degli Esteri torneranno a discuterne lunedì a Bruxelles, ma in molti ammettono che difficilmente qualcosa si muoverà prima del voto in Ungheria del 12 aprile.
E a ulteriore conferma Orban continua ad alzare i toni dello scontro. L’Europa “non guarda in faccia la realtà: non può superare la crisi energetica senza il petrolio russo a basso costo”, ha attaccato in un video pubblicato sui social dando voce alla linea trumpiana e affondando poi ancora sul presidente ucraino per il blocco del Druzbha: “È tempo di respingere il suo ricatto. Zelensky non darà ordini qui”, ha tagliato corto il premier ungherese alla vigilia di una marcia per la pace contro il rivale Peter Magyar. Nel tentativo di evitare nuove tensioni, Ursula von der Leyen è pronta a portare sul tavolo dei leader Ue il 19 e 20 marzo uno scudo contro gli shock energetici, pensato per proteggere il mercato interno dalle ricadute della crisi nel Golfo. La maggiore flessibilità sugli aiuti di Stato per sostenere l’industria è già pronta. Più accidentate restano le vie per la reintroduzione del price cap sul gas e per la revisione dell’Ets, con il pressing dell’Italia per lo stop del meccanismo almeno sul fronte del termoelettrico. Il dossier sarà già martedì al centro del confronto tra i ministri dell’Ambiente: Palazzo Berlaymont è alla ricerca di margini di azione, ma molto dipenderà dagli equilibri tra i leader su un terreno che continua a dividere tra esigenze di competitività e ambizioni green.
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