L’orrore nel carcere di Evin, ‘saldate le porte delle celle’

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      Le porte delle celle saldate, i detenuti in trappola, le guardie in fuga. Chi entra a Evin non può e non deve uscirne più. E se un missile colpisse il famigerato carcere dove gli ayatollah rinchiudono gli oppositori, questi muoiano come topi assieme al carcere, sepolti sotto le sue macerie. La denuncia dell’ennesimo orrore legato alla prigione più tristemente famosa della teocrazia di Teheran arriva dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (Ncri), che segue da vicino le vicissitudini dei prigionieri e in particolare delle 200 donne recluse.

        Da tempo, scrive il comitato delle donne dell’Nrci, “i detenuti sono stati privati ;;dell’accesso a numerosi beni di prima necessità”, un “drastico calo dei servizi igienico-sanitari, medici e farmaceutici” in un contesto di grave sovraffollamento. Lo scorso giugno, nel corso della guerra dei 12 giorni, il carcere fu colpito dai missili israeliani. E ora che la guerra è tornata, e il Paese vive nell’incertezza, è aumentato anche l’assenteismo dei secondini.

       Secondo quanto scrive su X l’istituto di e-learning per la società civile Tavaana, oramai Evin è sostanzialmente incustodita: “Attualmente non vi è alcuna presenza effettiva di funzionari penitenziari, assistenti giudiziari o assistenti sociali” e “solo un numero limitato di guardie rimane sul posto”.

        Dunque, per prevenire rivolte, evasioni o disordini, si sarebbe decisa la mossa più drastica: saldare le porte metalliche delle celle. Un rischio catastrofico per i reclusi in caso di incendi o crolli. E se un raid aereo colpisse la struttura, tanto peggio per loro.

        Secondo il sito di informazione IranNewsWire, le porte sarebbero state saldate anche nel Grande Carcere di Fashafouyeh, a Teheran. E anche in questo penitenziario le condizioni di vita dei detenuti sarebbero persino più estreme del solito. Ma è Evin, in particolare, quello che gode della fama più macabra: le violazioni dei diritti umani sono sistematiche, e vi si praticherebbero torture, percosse, isolamento forzato, abusi sessuali. Nella lista dei detenuti che ne hanno varcato le porte c’è tra l’altro la premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi. E’ a Evin che fu reclusa anche la giornalista italiana Cecilia Sala.
     

       A quanto risulta all’Ncri, solo venti prigionieri sarebbero stati rilasciati di recente, “una cifra eccezionalmente bassa alla luce dell’attuale crisi”. In parallelo, il regime ha iniziato quella che sembra un’ondata di esecuzioni capitali: solo questa settimana tre persone arrestate durante la repressione delle proteste, tra cui un giovanissimo campione di lotta, sono state impiccate da Teheran. Secondo Iran Human Rights sarebbero già state emesse 27 condanne a morte, e altre 100 persone rischierebbero il patibolo. Il quadro sembra chiaro: la libertà, per chi si oppone al regime, non deve essere neanche un’ipotesi. Gli attivisti intanto raccolgono le voci dei sepolti vivi di Evin che filtrano dalle maglie della sicurezza: “In queste condizioni di guerra – il grido dal carcere – vogliamo uscire da dietro queste porte e queste mura”.

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