Ambizioni green e tenuta industriale: il risiko dell’Ets, riacceso dalle tensioni petrolifere nello Stretto di Hormuz, amplia le linee di frattura tra i Ventisette. Il governo italiano si muove per costruire una sponda in vista del vertice dei leader, coinvolgendo i Paesi dell’Est, l’Austria e la Grecia, ma resta in minoranza.
La preoccupazione per l’impatto sulle bollette del sistema europeo delle emissioni di CO2 “è diffusa”, è la tesi contenuta in un non paper promosso dall’Italia insieme ad altri otto Paesi, concordi nel mettere a punto “iniziative comuni” per ridurre l’impatto del meccanismo sui costi dell’energia in patria. Pur continuando a evocare una sospensione sul termoelettrico, la posizione italiana si è così progressivamente sfumata: il punto di caduta, ha osservato a Bruxelles il ministro Gilberto Pichetto, può essere anche una “soluzione diversa”, purché sufficientemente robusta da raffreddare i prezzi. Una linea che si scontra però con il fronte formato da Nordici, Spagna e Portogallo, determinati a preservare l’impianto dell’Ets e sostenuti – nelle linee generali – anche da Berlino, orientata a circoscrivere gli interventi ad “aggiustamenti lievi”, in particolare a tutela dei settori più esposti come la chimica.
“La maggioranza dei leader ritiene l’Ets indispensabile non solo per la transizione, ma anche per le strategie di investimento”, ha riferito un alto funzionario Ue, delineando gli schieramenti su uno dei “capitoli centrali” del confronto. “La natura dell’Ets è assimilabile a una tassa”, è tornato però a denunciare Pichetto, ricordando come per l’Italia l’onere superi i 7 miliardi e, a causa dell’architettura stessa del sistema, “non sia riducibile”. Alla luce del rialzo dei prezzi di gas e petrolio, la richiesta – condivisa con gli omologhi di Visegrad, Vienna, Zagabria, Romania e Atene – resta quella di una “correzione” incisiva.
Il governo di Viktor Orban si spinge già a dettagliarla, proponendo di escludere le centrali a gas dal sistema, prorogare oltre il 2034 le quote gratuite per le industrie energivore e rinviare al 2030 l’introduzione dell’Ets2 – destinato dal 2028 a essere applicato a trasporti ed edifici – in nome della “tutela della competitività”. E proprio il terreno delle quote gratuite si profila come il punto su cui l’Italia potrebbe trovare maggiore convergenza, in virtù del favore di Friedrich Merz a sostegno delle industrie più strategiche.
Al tavolo dei leader, Ursula von der Leyen muoverà le prime pedine illustrando la futura revisione della riserva di stabilità del mercato, nuovi benchmark per una decarbonizzazione definita “più realistica” e un ponte finanziario verso la Industrial Decarbonization Bank, nel tentativo più urgente di contenere la volatilità dei prezzi senza intaccare l’architettura del sistema. Ma, fatta salva la maggiore flessibilità sugli aiuti di Stato già pronta, nel breve periodo non sono previsti interventi Ue sul design del mercato elettrico. E anche la riforma complessiva dell’Ets arriverà soltanto a luglio.
“L’unica via d’uscita dalla situazione attuale è una maggiore indipendenza energetica”, ha ribadito il commissario Ue al Clima Wopke Hoekstra, confermando una rotta ormai consolidata: più investimenti nelle reti, più rinnovabili, più nucleare, maggiore capacità di stoccaggio. Un’impostazione accompagnata dal richiamo a “garantire la prevedibilità”: gli investimenti, è il messaggio, vanno tutelati evitando scossoni all’Ets.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA








