Linfoma Hodgkin, cura mirata efficace in 50% dei pazienti senza più opzioni

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    Passi avanti nella ricerca sul linfoma di Hodgkin, con l’Italia in prima fila. Lo studio internazionale di fase 1 Primavera, presentato al Congresso della Società americana di oncologia clinica (ASCO), ha dimostrato che una nuova terapia mirata, AZD3470, è efficace in circa il 50% dei pazienti determinando, alle dosi più elevate, risposte complete – ovvero l’assenza di segni del tumore con le indagini radiologiche – in una percentuale pari al 35%. Un risultato raggiunto senza ricorrere alla chemioterapia e in persone pesantemente pretrattate, che avevano già ricevuto in media sei precedenti linee di terapia.
        Lo studio è presentato da Enrico Derenzini, Direttore della Divisione di Oncoematologia all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano. I due centri al mondo che hanno arruolato il maggior numero di pazienti sono lo IEO e l’Irccs Policlinico Sant’Orsola di Bologna. Sono stati coinvolti 68 pazienti. “Sono persone molto pretrattate, che avevano esaurito tutte le opzioni terapeutiche disponibili, costituite da chemioterapia, immunoterapia e anticorpi farmaco coniugati – sottolinea Derenzini -. Nello studio, per la prima volta, è stata dimostrata l’efficacia di un farmaco orale. Nei pazienti che hanno ricevuto i livelli più alti della dose, la percentuale di risposta globale si avvicina al 60%. Sono risultati straordinari, ma si tratta di uno studio di fase 1, per cui serviranno anni prima della disponibilità della molecola nella pratica clinica”.
        Ogni anno, in Italia, sono stimati circa 2.200 nuovi casi di linfoma di Hodgkin. È un tumore del sistema linfatico che origina dai linfociti B, colpisce soprattutto i giovani tra 15 e 35 anni. I progressi delle cure hanno reso il linfoma di Hodgkin una delle neoplasie ematologiche con la migliore prognosi e la sopravvivenza a 5 anni supera l’85%. Resta, però, una percentuale di pazienti che presenta recidiva o non risponde più alle terapie disponibili. Lo studio, conclude Derenzini, “può essere l’apripista per lo sviluppo di cure senza chemioterapia in pazienti pretrattati. Va considerato che si tratta spesso di giovani, in cui la chemioterapia può determinare effetti avversi nel medio e lungo termine”. 
       

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