Se la guerra continua, il Golfo Persico potrebbe bloccare le esportazioni di energia. Il Qatar lancia l’allarme e paventa uno scenario che, se dovesse materializzarsi, potrebbe mandare il greggio alle stelle e far crollare le economie mondiali.
Resta intanto alta la tensione nell’area dello stretto di Hormuz dove, con il traffico navale praticamente azzerato, vengono segnalate nuove imbarcazioni in fiamme e gli Usa si preparano all’eventualità di scortare le proprie petroliere. Sale anche la preoccupazione tra le società impegnate nell’area, dal settore petrolifero allo shipping, con l’Eni che avvia l’evacuazione del personale a Bassora in Iraq, al colosso danese Maersk che sospende le spedizioni verso il Golfo.
Il Qatar affida al Financial Times un avvertimento che suona come un monito: la guerra in Medio Oriente potrebbe costringere i Paesi del Golfo a interrompere le esportazioni di energia nel giro di poche settimane e a far salire drasticamente i prezzi del petrolio, dice il ministro dell’energia di Doha Saad al-Kaabi, prevedendo che se la guerra continuasse, la crescita globale ne soffrirebbe e porterebbe in pochi giorni il greggio a 150 dollari. Prova però a placare i timori di una crisi petrolifera mondiale il direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea), Fatih Birol: c’è “abbondanza di petrolio sul mercato”, assicura. I Paesi del Golfo tuttavia sono in allarme.
La guerra sta mettendo sotto pressione i loro bilanci e potrebbe spingersi a rivedere parte degli investimenti esteri e impegni futuri, anche in America: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar, secondo quanto riferito da funzionari della regione al Financial Times, stanno infatti valutando le conseguenze economiche del conflitto e alcuni avrebbero anche avviato revisioni interne dei contratti e degli impegni finanziari. Il monito del Qatar, intanto, da solo basta ad infiammare il prezzo del greggio.
La soglia simbolica dei 90 dollari al barile è stata superata prima dal Brent del mare del Nord e poi anche dal Wti del Texas, ai massimi da oltre due anni e con un balzo di oltre il 30% nella settimana. A spingere in alto le quotazioni è anche il traffico praticamente fermo nello Stretto di Hormuz, lo snodo strategico attraverso cui transitano quasi il 20% del greggio mondiale e circa il 20% del Gnl. Nello Stretto il traffico navale si è quasi completamente interrotto per effetto del conflitto, rileva il Joint Marine Information Center. Sarebbero circa mille, la metà delle quali trasportano gas e petrolio, le navi bloccate nelle acque dello Stretto. Che da lunedì sarebbe stato attraversato solo da 9 petroliere, navi cargo e portacontainer, alcune delle quali hanno talvolta nascosto la loro posizione.
Nello Stretto, che è stato intanto classificato “zona di operazioni belliche”, gli incidenti non mancano. I media parlano di un rimorchiatore colpito da “munizioni non identificate”, Teheran dice di aver colpito una petroliera Usa, la tv di Stato iraniana mostra le immagini di un’altra nave in fiamme colpita da un drone. Una situazione sempre più incandescente, tanto che gli Usa accelerano sull’ipotesi, lanciata martedì dal presidente Trump, di scortare le navi attraverso lo stretto: lo faremo “non appena sarà ragionevole farlo”, dice il segretario all’Energia. Corrono ai ripari anche le società di shipping: dopo l’armatore tedesco Hapag-Lloyd, che ha sospeso tutte le prenotazioni per il Golfo, anche il colosso danese Maersk ha deciso di sospendere le rotte tra l’Europa e il Medio Oriente e tra il Golfo e l’Estremo Oriente. Prendono precauzioni infine le società che operano nelle zone interessate dal conflitto: l’Eni ha avviato l’evacuazione del personale straniero impegnato in Iraq nel giacimento petrolifero di Zubair a Bassora.
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