La Luna italiana, Rocco Petrone e lo storico ‘go’

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       A cento anni dalla nascita la figura di Rocco Petrone – americano con radici profondamente italiane, gigante della Nasa che diede il via alla missione che portò l’uomo sulla Luna – sembra tornare simbolicamente a Sasso di Castalda, il paese in provincia di Potenza dei suoi genitori, da dove emigrarono cinque anni prima che lui venisse al mondo, il 31 marzo 1926, ad Amsterdam, in un piccolo villaggio dello Stato di New York. E per la ricorrenza del centenario, la Basilicata e la comunità scientifica si preparano a celebrare quel gigante con una serie di incontri, mostre ed eventi a lui dedicati (“Luna italiana”, “La Luna di Rocco”, solo per citarne alcuni).

        Era il 1961 quando John Fitzgerald Kennedy, in piena Guerra Fredda, lanciò la sfida: portare un uomo sulla Luna entro la fine del decennio. Una promessa che sembrava impossibile. Eppure solo otto anni dopo, il 20 luglio 1969, Neil Armstrong e Buzz Aldrin posavano la bandiera a Stelle e Strisce sul suolo lunare (mentre Michael Collins continuava la sua orbita solitaria intorno al satellite in attesa di riportarli a casa). Dietro quella scena, dietro la voce emozionata di Tito Stagno che la raccontava agli italiani (celebre il suo battibecco via satellite con il collega Ruggero Orlando a proposito dell’istante preciso in cui era avvenuto l’allunaggio), c’era anche lui: Rocco Petrone, il direttore del programma Apollo 11, l’uomo che teneva insieme ogni ingranaggio, ogni decisione.

        La sua vita, ricostruita con molti e documentati particolari dal giornalista Renato Cantore nel libro “Dalla Terra alla Luna”, è un vero e proprio romanzo: Petrone non aveva ancora sei mesi quando il padre – arrivato oltreoceano nel 1921 con la madre da Sasso di Castalda a cercare fortuna dopo la prima guerra mondiale – morì in un terribile incidente, travolto da un treno. Imponente nel fisico e vivace nell’intelligenza, il giovane Rocco si pagò gli studi lavorando. A diciassette anni fu ammesso all’Accademia militare di West Point, dove fece parte della squadra vincitrice del campionato nazionale di football.
        Diventato ufficiale dell’esercito americano, completò gli studi al Massachusetts Institute of Technology e fu uno dei maggiori esperti di missili e rampe di lancio. Voluto alla Nasa dal barone von Braun, considerato il capostipite del programma spaziale americano, lavorò alla costruzione del Saturno V e della mitica rampa di lancio 39 da cui partirono gli astronauti verso la Luna. Poi fu promosso direttore del programma Apollo.
        Con lui era proibito sbagliare o, peggio, divagare. Famose le sue passeggiate per la sala controllo quaranta minuti prima del lancio per controllare che la concentrazione di tutti fosse al massimo anche dopo ore di lavoro, mitiche le sue sfuriate, proverbiali le sue check-list, i controlli che tutti erano tenuti a eseguire con estrema attenzione nei lunghi mesi di preparazione dei lanci: solo quella sul modulo lunare comprendeva ben 30mila operazioni. Era anche un uomo dai forti sentimenti: una volta interruppe il conto alla rovescia di un lancio importante per salvare una coppia di aironi che aveva il nido troppo vicino alla rampa.
        Fu lui, il 16 luglio 1969, a urlare il “go” alla missione che portò l’uomo sulla Luna. Quattro ore prima della partenza dell’Apollo 11 i monitor di controllo segnalarono una pericolosa perdita di idrogeno liquido sul secondo stadio del razzo: senza il suo intervento decisivo la missione sarebbe stata probabilmente annullata, con conseguenze devastanti per il prestigio degli Stati Uniti.
        Al culmine della carriera, divenne il numero tre della Nasa, che lasciò nel 1975. Mori a ottant’anni a Palos Verdes Estates, una cittadina costiera della California, dove si era ritirato per dedicarsi ai suoi studi sulla guerra civile americana. Il 23 aprile di quell’anno, intervistato dal Los Angeles Times e forse già pensando a Marte, Rocco Petrone disse: “L’uomo ha bisogno di avventure e di scoperte. Grazie a questo desiderio, alla voglia di provare anche quando l’impresa sembra impossibile, è partito dalle caverne ed è arrivato dov’è oggi, e il cammino non è ancora finito. Io credo che l’avventura dello spazio sia una sfida che serve all’uomo per fare sempre nuove scoperte e, attraverso la conoscenza, diventare migliore”. 

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