I conti pubblici italiani sono “in grado di assorbire lo shock” della guerra perché i fondamentali dell’economia sono “sicuramente positivi”: non c’è una manovra correttiva in vista. Ma “occorre muoversi in modo coordinato a livello europeo” dove l’attuale riflessione “non potrà durare moltissimo”.
A parlare è il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, con i prezzi di petrolio e gas raddoppiati rispettivamente a 100 dollari e quasi 60 euro che piombano sull’economia italiana in vista del Dfp di aprile. Moody’s, l’agenzia di rating che a novembre aveva promosso il giudizio sull’Italia, dice che la traiettoria di riduzione del debito è “credibile e realizzabile” e si limita a limare la crescita italiana da 0,8 a 0,7% per quest’anno. Confindustria e Ocse vedono appena uno 0,5% e 0,4% rispettivamente. E la Bce, già solo sulla base di quanto accaduto finora in Iran, ha sforbiciato quella europea di tre decimi a 0,9%.
La parola che nessuno nelle istituzioni pronuncia apertamente rispetto all’Italia è ‘recessione’: serpeggia, però, nei report degli economisti e l’ha evocata l’ex Fmi Carlo Cottarelli. L’incertezza infatti è totale, fra ipotesi di colloqui di pace con Teheran e rischi di escalation con i ‘boots on the ground’ delle truppe Usa: l’ipotesi di guerra prolungata farebbe impennare l’inflazione di due punti percentuali mangiandosi mezzo punto di crescita europea nel 2026-27 secondo la Bce.
La crescita italiana “è suscettibile a uno scenario più avverso di guerra prolungata” vista l’elevata dipendenza dal gas proveniente dal Golfo Persico, avverte Moody’s. E una crescita più debole “farebbe deragliare le nostre previsioni di un calo del debito”. Tutto dipende dagli esiti e dalla durata della guerra: basti pensare che uno scenario di rialzo di soli 10 euro e 10 dollari per gas e petrolio, contenuto nel Dpfp di ottobre, tagliava la crescita in Italia di 0,2 punti percentuali nel 2026 e 0,3 punti nel 2027. Il conflitto di Trump, le cui ramificazioni economiche sono appena agli inizi secondo la Bce, rischia così di trasformarsi in un’altra grana politica dopo il referendum, considerata anche la vicinanza, fino a ieri dichiarata, di Palazzo Chigi col tycoon. La coperta per proteggere famiglie e imprese dal caro-energia rischia di essere troppo corta. Giorgetti, in videocollegamento al Forum Finanza Teha, a Cernobbio, a Confindustria che lamenta disposizioni “molto penalizzanti” per le imprese che avevano prenotato il credito d’imposta 5.0, risponde invocando “riflessioni rispetto a quello che dobbiamo fare, chi dobbiamo aiutare e chi dobbiamo incentivare”.
E il riflesso immediato è passare la palla all’Europa. Dove la riflessione “non deve durare molto” e bisogna capire “quali strumenti a disposizione mettere in campo per evitare che il contagio inflazionistico, magari aiutato anche dalla speculazione, faccia danni anche superiori”. Si pensa, a Roma, da una parte a cosa avvenne dopo lo shock del 2022-23 che mandò l’inflazione in Italia al 12%: allora si fece ricorso a ‘Repower Eu’, intervento a debito per tutelare famiglie e imprese dallo shock energetico.
Misure mirate e temporanee sono quelle che chiede la Bce perché interventi a pioggia favorirebbero un’impennata dell’inflazione. Giorgetti, invece, punta a una “cornice europea” che garantisca “parità di condizioni di competitività tra diversi soggetti, perché sappiamo perfettamente che in alcuni Paesi l’impatto è inferiore”. Dall’altra parte il governo guarda al Patto di stabilità, dopo che l’Italia ha mancato l’uscita dalla procedura Ue per deficit eccessivo nel 2025. “Non ci sarà alcun assestamento di bilancio, alcuna correzione di bilancio”, assicura Federico Freni, sottosegretario all’Economia. Soprattutto dopo che da Bruxelles è filtrata una chiusura all’attivazione della ‘clausola di salvaguardia’ che sospenda il Patto per lo shock energetico. Ma proprio sul tema “una riflessione importante va fatta”, dice il ministro degli Affari europei Tommaso Foti.
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