Ancora acque agitate sui mercati, mentre si allungano i tempi per la fine della guerra in Medio Oriente. Le quattro settimane annunciate da Donald Trump appaiono ormai una previsioni superata, con il conflitto che si inasprisce giorno dopo giorno. Un quadro che ha provocato un balzo delle materie prime con il petrolio che ha sfondato la soglia dei 100 dollari al barile e le Borse europee che hanno bruciato altri 116 miliardi di capitalizzazione, che si aggiungono ai 918 miliardi della settimana scorsa.
L’incertezza sull’evoluzione del conflitto ha fatto schizzare l’indice Vix, termometro della volatilità a Wall Street, ai massimi dall’aprile 2025 per effetto dei dazi annunciati dal presidente Usa Donald Trump. Nonostante i cali degli ultimi giorni, evidenziano la gran parte degli analisti, i mercati non hanno riservato particolari “sorprese, con una risposta relativamente contenuta”, evidenzia Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm. Sul fronte azionario, dopo il tracollo dei listini asiatici, le Borse europee hanno recuperato nel finale, con lo stoxx 600, l’indice che raggruppa i principali titoli quotati sui mercati azionari del Vecchio continente, in calo dello 0,6%.
Maglia nera per Parigi (-0,98%). Male anche Francoforte (-0,77%), Londra (-0,34%) e Milano (-0,29%). Se si guarda verso un quadro più generale, ciò che maggiormente crea apprensione è l’aumento delle materie prime energetiche. A fine giornata il gas segna un rialzo del 5,75% a 56,45 euro al megawattora, mentre il petrolio viaggia poco sotto i 100 dollari al barile. In particolare il Wti sale del 4,4% a 94,78 dollari e il Brent guadagna il 7% a 99,44 dollari. Gli analisti di Barclays ipotizzano un aumento del prezzo del Brent ben oltre i 120 dollari al barile, nel caso in cui la situazione attuale “dovesse persistere per un altro paio di settimane”. Una situazione che porta a quello che viene definito uno shock esogeno e che, secondo gli osservatori, porterà ad un aumento dell’inflazione. Il punto centrale è che il petrolio sta reagendo alla percezione che la situazione sullo Stretto di Hormuz possa trasformarsi in un blocco più lungo e più costoso del previsto.
Il mercato sta “trattando questa crisi come un potenziale shock fisico sull’offerta globale”, aggiunge Filippo Diodovich, senior market strategist di Ig Italia. Ed è in questo contesto che il mercato stima che la Bce potrebbe rialzare non una, come era previsto venerdì, ma due volte i tassi entro il 2026. Su questo fronte però ci sono pareri discordanti. Tra gli analisti, infatti, c’è chi sostiene che l’equazione secondo la quale l’aumento dell’inflazione porta ad incrementare i tassi potrebbe non essere vera. In presenza di uno shock esogeno così forte e di un aumento dell’inflazione forzato dall’esterno, alzare i tassi sarebbe un “duro colpo per l’economia che si ritroverebbe in sofferenza e con un costo del credito elevato, il che rallenta anche il sistema finanziario innescando una spirale negativa che comporterebbe una recessione molto forte”, spiega David Pascucci, market analyst di Xtb. La tensione che ha accompagnato i titoli di Stato per tutto il giorno, si è poi allentata con il ridursi del prezzo del petrolio. Lo spread tra Btp e Bund ha concluso in lieve calo a 75 punti, con il rendimento del decennale italiano sceso al 3,60% e quello tedesco al 2,85 per cento.
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