“Abbiamo concluso il nostro accordo con l’Iran e dovrebbe avere successo. Ora passa a una seconda fase che penso sarà in realtà più facile”. È la profezia di Donald Trump al G7 di Evian, dove assicura che Teheran si è impegnata “chiaramente a non sviluppare o acquistare l’arma nucleare” e che lo stretto di Hormuz “riaprirà pienamente” entro venerdì: il giorno in cui è attesa la firma ufficiale (dopo quella digitale) del memorandum da parte dei due capi negoziatori, il suo vice JD Vance e il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, nella cornice super blindata del Bürgenstock, resort a cinque stelle appollaiato sull’omonima montagna che sovrasta il lago di Lucerna, in Svizzera. Una data che farà scattare le lancette dei 60 giorni per arrivare a un accordo definitivo sulle questioni più cruciali, dal programma nucleare iraniano alla revoca delle sanzioni e allo scongelamento dei beni. Intanto Teheran annuncia che il blocco Usa di Hormuz è stato revocato prima della firma ufficiale, mentre il Wall Street Journal rivela che gli Stati Uniti consentiranno all’Iran di iniziare immediatamente a vendere petrolio nell’ambito dell’accordo raggiunto, con deroghe alle sanzioni sulle vendite di greggio che entreranno in vigore subito dopo la cerimonia di venerdì: notizie che hanno fatto abbassare ulteriormente il prezzo del petrolio, a nuovi minimi da tre mesi. Il tycoon approfitta del palcoscenico internazionale per spiegare e puntualizzare.
Nega (mentendo) di aver mai voluto un cambio di regime ma elogia la nuova leadership di Teheran dopo la decapitazione dei precedenti vertici: “Sono persone forti, intelligenti, probabilmente molto più intelligenti e furbe del primo e del secondo gruppo di leader iraniani. Non sono radicalizzati e credo potranno aiutare il loro Paese”. Dribbla la domanda se gli Usa porteranno avanti l’accordo anche se il regime iraniano continuerà a uccidere il proprio popolo, cui aveva promesso aiuto invitandolo a scendere in piazza: “Beh, ne stiamo parlando con loro, vedremo. Dirò che la maggior parte di questo è avvenuta durante il primo e il secondo regime. Molto più che ora… era molto più grave”. Quanto all’uranio arricchito, garantisce, “non vogliamo prenderlo, vogliamo distruggerlo”. Quindi smentisce le notizie di stampa sul fondo da 300 miliardi per la ricostruzione del Paese degli ayatollah: “Non stiamo investendo alcun denaro in Iran. La voce circolata è ridicola. Abbiamo il diritto di entrare un giorno e fare qualcosa… oppure se qualcuno vuole fare qualcosa. Ma non abbiamo alcun obbligo di investire denaro in Iran”. Un modo per rassicurare il contribuente americano. Il commander in chief afferma anche che gli piace l’idea di sottoporre l’accordo al Congresso, dove cova un diffuso malumore bipartisan per quella che i media americani, progressisti e conservatori, leggono come una “sconfitta” o una “ritirata”. Infine promette di tenere una conferenza stampa nel giro di due giorni per rendere pubblico il testo dell’accordo leggendo “parola per parola”. Peccato che Al Arabiya lo bruci sul tempo pubblicando una copia del memorandum di cui afferma di essere entrata in possesso. Secondo il media saudita, il documento include la fine della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano, la revoca del blocco navale Usa nello Stretto di Hormuz e il ripristino del traffico marittimo da parte di Teheran “ai livelli prebellici” entro trenta giorni, tenendo conto dei tempi necessari per lo sminamento della via marittima. Il testo prevede inoltre che la Repubblica Islamica “non produrrà mai armi nucleari”, mentre “il destino dell’uranio arricchito sarà affrontato adeguatamente” nei successivi negoziati tecnici. In attesa di questi ultimi, “l’Iran manterrà l’attuale status quo e gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni”.
Da parte sua Washington “creerà un piano globale insieme ai partner regionali per la riabilitazione e lo sviluppo economico dell’Iran, garantendo un finanziamento da almeno 300 miliardi di dollari”, attraverso un meccanismo che sarà formulato entro 60 giorni dalla firma. Previsto, inoltre, anche lo “sblocco dei beni iraniani congelati” e la concessione di “deroghe per le esportazioni di petrolio iraniano”. Infine, dopo la firma del memorandum, “l’accordo finale sarà approvato mediante una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”. Restano comunque molti dubbi e incertezze sul memorandum, nonché sull’esito finale dell’accordo. Una delle mine vaganti è il Libano, con Bibi che si chiama fuori dall’intesa e Teheran che minaccia di non firmare alcun accordo sul nucleare finché Israele non si ritirerà dal Paese dei cedri. Pechino non è ottimista come il tycoon e avvisa che la prossima fase dei negoziati tra Stati Uniti e Iran sarà “più difficile”.
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