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La Fed conferma i tassi e un taglio nel 2026, incognite dall’Iran

La Fed mantiene i tassi di interesse invariati e continua a prevede per quest’anno una sola riduzione del costo del denaro. Nonostante la guerra in Iran, le cui ripercussioni economiche sono “incerte”, la banca centrale non cambia per il momento la sua posizione. “Non sappiamo cosa accadrà”, ha ribadito più volte il presidente Jerome Powell incalzato sullo stato dell’economia americana e su come reagirà al conflitto in Medio Oriente. I più alti prezzi dell’energia faranno salire l’inflazione ma – ha spiegato – è “troppo presto per conoscere la portata e la durata del potenziale effetto economico”. Parole che hanno innervosito Wall Street, già tesa per gli sviluppi in Iran e le tensioni sul mercato petrolifero.

I listini americani hanno infatti accentuato le perdite durante la conferenza stampa di Powell, mostrando tutte loro preoccupazioni per l’andamento dei prezzi fra il balzo delle quotazioni del greggio con l’intensificarsi della guerra. Powell ha cercato di rassicurare sulle prossime mosse: anche se l’ipotesi di un aumento dei tassi è emersa nel corso del dibattito, la maggioranza dei membri della banca centrale non ritiene una stretta come suo scenario di base. Anzi è previsto un ribasso quest’anno e un secondo nel 2027. Le rassicurazioni però non hanno convinto visto che la stessa Fed, in base alle sue nuove previsioni, ha rivisto al rialzo l’inflazione per quest’anno al 2,7%. Un dato che non sembra includere gli effetti della guerra e che ha spinto gli analisti a posticipare al marzo 2027 una possibile riduzione del denaro, a dispetto delle previsione della banca centrale.

Sul fronte dell’economia, Powell ha parlato di “crescita solida” e osservato come la stima per il pil di quest’anno è stata lievemente rivista al rialzo al 2,4%. “Una stagflazione stile anni 1970 non è lo scenario in questo momento. Lascerei il termine per altre situazione peggiori”, ha osservato il presidente della Fed, sottolineando comunque che la banca centrale si trova in una “posizione difficile e deve bilanciare i rischi” che pesano sui suoi mandati, ovvero la massima occupazione e la stabilità dei prezzi. “Penso che sia importante mantenere i tassi” a un livello “lievemente restrittivo”, ha aggiunto dicendosi convinto che l’attuale posizionamento della politica monetaria è appropriato. Lo stato di salute dell’economia americana preoccupa molti economisti e osservatori.

“Non penso che questa economia sia capace di gestire un petrolio a 100 dollari. E’ più debole di quanto si pensa e l’inflazione è più alta di quanto si pensa”, ha spiegato al Financial Times l’alleato di Donald Trump ed economista conservatore E.J. Antoni, che il presidente aveva scelto a capo dell’ufficio di statistica e poi ritirato la sua nomina. La sua non è una voce isolata: sono infatti molti gli analisti che hanno lanciato l’allarme e che temono che il tanto atteso taglio delle tasse voluto da Trump sarà alla fine mangiato caro-energia, sottraendo così una spinta importante all’economia americana. Timori che iniziano a emergere anche sui mercati che guardano con crescente apprensione ai portafogli dei consumatori, il motore di crescita dell’economia a stelle e strisce, proprio ora che la volata di Big Tech con l’intelligenza artificiale si è raffreddata. Per Powell la guerra in Iran è probabilmente l’ultima sfida del suo mandato, che scadrà il 16 maggio.

“Se il mio successore non sarà confermato prima del 15 maggio, resterò come presidente pro tempore, come previsto dalla legge”, ha assicurato. Kevin Warsh è stato nominato da Trump ma per ora il suo processo di conferma non è ancora iniziato. Powell quasi in sfida a Trump ha promesso che resterà nel board della Fed fino a quando l’indagine del Dipartimento di Giustizia non sarà chiusa. “Cosa farà dopo non l’ho ancora deciso – ha osservato -, deciderò per il bene dell’istituzione”.

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