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Il governo rassicura, niente voto anticipato. Meloni frena sul rimpasto

A Palazzo Chigi arriva attorno alle undici e all’ora di cena le luci del suo ufficio sono ancora accese. Mentre i suoi vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, in distinte occasioni pubbliche assicurano che “nessuno pensa a elezioni anticipate”, Giorgia Meloni rimane silente. Ma operosa, assicurano i suoi. Concentrata sull’attività di governo, sulle prossime mosse per fronteggiare i rincari energetici, su cui si confronta anche con Giancarlo Giorgetti. Nuove misure, “incisive”, dovrebbero arrivare dopo Pasqua. Così come, scommettono nella maggioranza, il nuovo ministro del Turismo ed eventuali altri innesti in una squadra cui il leader leghista, che intanto riunisce i suoi a via Bellerio, assicura “piena fiducia”.

Ma sottotraccia, stando ai bene informati, i ragionamenti sul voto anticipato non sarebbero stati del tutto accantonati, anzi. Ma sarebbero legati a doppio filo alla legge elettorale, che intanto avvierà il suo iter alla Camera. Di certo a una settimana dalla debacle referendaria si sta ancora riflettendo su cosa non ha funzionato, sul perché gli italiani abbiano bocciato la riforma della Giustizia – unica finora portata a termine dal centrodestra in Parlamento – e una delle risposte starebbe anche nel mancato abbinamento alla responsabilità civile dei magistrati. Che la maggioranza non esclude di affrontare per via parlamentare.

Carlo Nordio farà un primo punto con il vice Francesco Paolo Sisto, il sottosegretario Andrea Ostellari – unico viceministro rimasto dopo il passo indietro di Andrea Delmastro – e con il suo (nuovo) capo di gabinetto, Antonio Mura, prima di un possibile passaggio a Palazzo Chigi per definire la linea da portare avanti nei prossimi mesi. In attesa di capire se le deleghe di Delmastro saranno spalmate tra Sisto e Ostellari, come ipotizzato a via Arenula, o se invece saranno affidate a un nuovo sottosegretario come auspica FdI (il nome in pole rimane quello di Sara Kelany). La premier non avrebbe ancora sciolto la riserva, così come sulla sostituzione di Daniela Santanché, ferma restando la volontà di non andare a un vero rimpasto che porti a un Meloni bis.

“Niente di strano, altrimenti non avrebbe preso l’interim”, minimizzano i suoi, mentre continua a imperversare il totonomi. In cima c’è quello di Gianluca Caramanna, che, decaduto da consigliere con le dimissioni della ministra, ha fatto pure lui un passaggio al ministero a congedarsi in attesa degli eventi. “Troppi romani” nell’esecutivo, una delle obiezioni che porta, guardando al riequilibrio geografica della compagine governativa anche a fare il nome del siciliano Salvo Sallemi, vicepresidente del gruppo al Senato. Entrambi però sono alla prima legislatura, tanto che in chiave “rappresentanza al Sud” si parla anche di un trasloco di Nello Musumeci, le cui deleghe attuali, senza portafoglio, potrebbero semplicemente essere redistribuite. Resiste, allo stesso tempo, anche l’idea di sparigliare a chiamare in squadra Luca Zaia, che potrebbe però secondo i rumors, non ricoprire il ruolo di Santanché ma prendere il posto di Adolfo Urso, che traslocherebbe al Turismo.

Uno scenario ardito, che non sarebbe stato oggetto della lunghissima riunione di via Bellerio (circa tre ore), alla quale era presente lo stesso Zaia, che non sarebbe intervenuto. Secondo alcuni all’ex governatore del Veneto non dispiacerebbe affatto indossare di nuovo la casacca da ministro, mentre secondo altri non si vorrebbe “bruciare” per un solo anno senza adeguate garanzie. Un nuovo ministro leghista, peraltro, aprirebbe un contenzioso con Forza Italia che finirebbe per essere sottorappresentata al governo rispetto al peso elettorale. I sondaggi, che si compulsano con grande attenzione ai piani alti del governo, vedono gli azzurri stabilmente sopra i leghisti, anche se iniziano a registrare i primi cali, anche di FdI, all’indomani della vittoria del No al referendum.

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