Poche ore dopo aver formalizzato l’abbandono del suo incarico era già in ufficio a chiudere forse le ultime pratiche. Probabilmente nel week end infilerà le sue cose negli scatoloni lasciandosi via Arenula alle spalle, dopo tre anni e mezzo di battaglie, veleni e grane giudiziarie. Il day after di Giusi Bartolozzi, capa di gabinetto uscente al ministero della Giustizia finita al centro delle polemiche dell’infuocata campagna referendaria, comincia nel segno di una apparente normalità.
E c’è stato già il primo confronto post dimissioni con il Guardasigilli. Lei e Nordio si sono visti in mattinata quando lei è salita nel suo ufficio, la stessa stanza dove il giorno prima si era stata assieme ad Andrea Delmastro per il colloquio cruciale con il ministro, ovvero il momento in cui è stata decisa la fine del percorso al ministero per entrambi.
“Le sue sono state dimissioni spontanee e inattese, oltre che insindacabili”, insiste Nordio, ma le voci che circolano parlano di una scelta obbligata stabilita dalla linea della premier Giorgia Meloni, che è quella di non fare sconti a nessuno dopo la sconfitta al referendum.
Tra i pochi a battersi fin da subito per evitare che anche la deus ex machina di via Arenula finisse nella resa dei conti nel governo, tanto da ipotizzare inizialmente le dimissioni per se stesso, era stato proprio Nordio. Secondo i rumour, il ministro stesso avrebbe voluto rivelare in anteprima alla sua più fidata dirigente – come in un tributo per la sua collaborazione da lui sempre definita leale e preziosa – le parole di elogio che avrebbe poi pronunciato al question time alla Camera: “Secondo il mio giudizio lei ha incessantemente svolto le sue funzioni con dignità ed onore e il suo gesto spontaneo dimostra un grande senso di responsabilità. Confido che cessino definitivamente le polemiche strumentali che hanno investito la sua persona e tutto il ministero. A lei va il più sentito ringraziamento mio per lo straordinario impegno profuso in questi tre anni e mezzo, sia come vice che come capo”.
Archiviato il ringraziamento, dal Guardasigilli è poi arrivata l’ennesima autocritica, soprattutto per la frase detta in quei giorni concitati, a cui seguì l’intervento senza precedenti di Mattarella al Consiglio superiore della magistratura: “Quella sulla ‘para mafiosità del Csm’ non era affatto mia ma era di un magistrato del Csm, di cui ho citato parola per parola la dichiarazione. Quell’espressione è stata attribuita a me e diciamo costituisce un rammarico, forse il rammarico maggiore di questo momento referendario, forse anche peggiore della riconosciuta sconfitta che abbiamo subito”, ha detto il Guardasigilli in Aula senza nascondere nel volto tristezza e tensione.
Per lui questo stato d’animo – montato fin da lunedì scorso e culminato nel confronto di martedì 24 marzo con Alfredo Mantovano – non è cambiato. Anche se il governo lo considera blindato, il vero punto interrogativo è l’inevitabile stanchezza del Guardasigilli dopo una campagna dura e un obiettivo solo sfiorato. Sul futuro invece di Bartolozzi, che ha assunto la guida del gabinetto del ministero a inizio 2024, non ci sono ancora certezze. Anche se c’è chi fa notare che in queste settimane ci sono in ballo le nomine per alcune partecipate dello Stato.
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