Gli Houthi entrano in guerra, soldati Usa feriti in un raid iraniano

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    Il secondo mese della guerra del Golfo è iniziato con l’apertura di un nuovo fronte: gli Houthi sono passati all’azione al fianco dell’Iran rivendicando i primi attacchi missilistici contro Israele. E soprattutto hanno minacciato di chiudere lo stretto di Bab el Manba, nel Mar Rosso, per sferrare un nuovo colpo alle rotte commerciali già in crisi per il blocco di Hormuz.

    Il blitz delle milizie yemenite è scattato dopo che le forze armate di Teheran hanno centrato una base americana in Arabia Saudita provocando una ventina di feriti tra i soldati. Una rappresaglia dopo i raid dell’Idf su Ishafan, nell’area degli impianti nucleari, in cui sarebbero rimaste uccise almeno 26 persone, inclusi dei bambini. Agli ultimi sviluppi delle ostilità guarda Donald Trump, che ha dato tempo agli ayatollah fino al 6 aprile per riaprire il braccio di mare a cui il tycoon vuole dare il suo nome. Nel frattempo, la Casa Bianca si sta preparando ad un’offensiva su più ampia scala: 3.500 soldati, dei quali 2.500 marines, sono appena arrivati in Medio Oriente a bordo della Uss Tripoli, ma il Pentagono valuta di schierare almeno 17.000 uomini. I padroni de facto dello Yemen, che durante la guerra a Gaza avevano messo sotto assedio il Golfo di Aden, finora avevano scelto una linea attendista nell’attuale conflitto.

    Ora invece, ha annunciato il ministero della propaganda di Sanaa, “siamo giunti alla conclusione che è il momento di intervenire” e ci “stiamo coordinando con i nostri fratelli dell’asse della resistenza”, l’Iran ed Hezbollah. Una doppia salva di missili balistici è stata lanciata contro “siti militari israeliani sensibili” (che sarebbero stati intercettati), ma i combattenti sciiti hanno già avvertito che non si fermeranno. “Tra le opzioni” c’è la chiusura di Bab al-Mandab, lo stretto all’estremità meridionale del Mar Rosso considerato il secondo punto nevralgico nella catena di approvvigionamento energetico e negli scambi commerciali da e verso il Medio Oriente. L’Arabia Saudita, dopo il blocco di Hormuz, era riuscita a deviare parte delle sue esportazioni di petrolio proprio verso il Mar Rosso. E qualora anche questa rotta venisse minacciata, il regno potrebbe entrare direttamente in guerra, è il parere degli analisti di Riad.

    Proprio la monarchia saudita è stata teatro di uno degli attacchi più riusciti dell’Iran dall’inizio delle ostilità. Almeno un missile e diversi droni hanno raggiunto la base aerea Usa Prince Sultan, mentre le truppe si trovavano all’interno di un edificio. Una ventina i feriti, di cui due gravi, ma il numero potrebbe aumentare, con danni riportati a diversi aerei per il rifornimento e sentinella. La base era già stata presa di mira in passato, ma i sauditi erano riusciti ad intercettare gli attacchi. Raid iraniani hanno colpito anche altri Paesi della regione, Emirati, Iraq Kuwait e Israele. A Hormuz i Pasdaradan hanno rivendicato di aver aver respinto tre navi “dei sostenitori di israeliani e americani”, mentre la Thailandia ha ottenuto il via libera aggiungendosi alla lista dei Paesi non ostili. Maersk, una delle più grandi compagnie al mondo, ha sospeso le sue operazioni nel porto di Salalah, in Oman, dopo un attacco con droni. Sul fronte opposto l’Idf ha bersagliato l’Iran in diverse direzioni, verso complessi di produzione militare e impianti nucleari. A Teheran è stata colpita anche l’università. Ed è proseguito lo scambio di colpi con Hezbollah in Libano, ma tra le 47 vittime delle ultime 24 ore si segnalano anche tre giornalisti.

     Intanto l’intelligence Usa ha rilevato che un terzo dell’arsenale missilistico e di droni degli ayatollah è stato distrutto, ma comunque a Washington si considera la possibilità di un’ulteriore spallata al regime. In questa chiave, secondo il Wall Street Journal, sono in corso valutazioni per schierare altri 10.000 soldati in Medio Oriente rispetto ai 7.000 attuali. Non abbastanza per un’invasione, ma sufficienti per mettere in sicurezza l’uranio arricchito e prendere il controllo di una parte di territorio iraniano, magari la strategica isola di Kharg. Si attende solo il via libera di Trump, che per il momento temporeggia preferendo la via diplomatica. 
       

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