“Il dispositivo è riproducibile, è adattabile al paziente e ciò è stato fatto fin dall’inizio. E’ stato pianificato per stabilire se è identificabile la volontà del paziente, non si sostituisce alla sua volontà ma consente la sua realizzazione e l’espressione della sua volontà”. Così Emilio Campana, direttore del dipartimento di Ingegneria Ict del Cnr, nell’audizione che si è svolta al Senato per l’esame del ddl sul fine vita, riferendosi allo strumento, realizzato dal Cnr su incarico del tribunale di Firenze, per consentire l’auto-somministrazione di un farmaco letale che è stato usato a marzo da Libera, la donna malata di sla morta in questo modo in Toscana.
Campana ha poi ribadito: “Come abbiamo scritto nella prima nota inviata al tribunale di Firenze e il presidente del Cnr era d’accordo, l’abbiamo concordato insieme, noi lì diciamo che è possibile ipotizzare lo sviluppo in tempi rapidi di alcune copie identiche del dispositivo, da mettere a disposizione delle aziende sanitarie locali o del Servizio sanitario nazionale per tipologia di condizioni e disabilità più frequenti delle persone”.
Ha aggiunto che lo strumento è costato circa 10 mila euro, che sono stati pagati dall’Ausl coinvolta. In un altro passaggio e rispondendo alle tante domande dei senatori presenti – e di tutti gli schieramenti – Campana ha rimarcato che non si tratta di un dispositivo medico: “Il ministero Salute e anche l’Avvocatura dello Stato, che rappresenta il ministero e la presidenza del Consiglio, dicono che questo non è un dispositivo medico. Si tratta di un dispositivo che, a mio modo di vedere, si chiama ‘dispositivo su misura’, fatto una volta solo, autorizzato da un’autorità particolare, per un solo scopo e solo per una persona”. E interpellato su questo dai senatori, ha aggiunto: “Non è un prodotto commerciale, perché qui è lo Stato che, in ossequio della sentenza della Corte costituzionale, deve sviluppare questo strumento alle persone che ne hanno diritto ma non hanno la capacità fisica di realizzare un loro diritto”.
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