Culle vuote: in molti rinunciano ai figli, anche se desiderati

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    In Italia non sono mai nati così pochi bambini. L’Istat, nel rapporto annuale, racconta un Paese di culle vuote e mamme in affanno: povere di tempo, discriminate sul lavoro e con sulle spalle la gran parte del lavoro domestico. Anche per questo la propensione ad avere figli continua a diminuire: ne nascono appena 1,14 per donna.

    Tanti bambini rimangono nei sogni dei genitori. Il 62,2% di chi non intende avere figli in futuro – 6,6 milioni di persone – afferma che li desidera ma non può averli per problemi economici o di varia natura. Molti meno, appena il 5,5%, non vedono bambini nel proprio progetto di vita. Gli altri hanno già i figli che desiderano. Tra quelli che rinunciano, 2,8 milioni di persone sentono il peso delle difficoltà economiche o della mancanza di certezze lavorative. Altri 763 mila vedono un limite nei bisogni di cura dei propri genitori anziani e, per 1,3 milioni, il desiderio è stato rinviato così a lungo da non poter più essere realizzato per problemi di età o di fecondità.

    Le gravidanze, in generale, avvengono sempre più tardi, in media a 32,7 anni, e aumentano le donne incinte over 40. Le famiglie si restringono. Le coppie con due figli sono passate in 30 anni dal 47,9% al 28,4% e oggi sono meno delle persone che vivono da sole (37,1%). Un Paese di single e di figli unici, che spesso si trovano a farsi carico da soli della generazione precedente della propria famiglia. “Le culle vuote non indicano solo il declino demografico”, ha detto il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, alla presentazione del rapporto. “Segnalano – ha aggiunto – una fragilità più profonda, destinata a incidere sul futuro del Paese se non riusciremo a invertire la rotta”.

    “Il Paese si confronta con il crescente invecchiamento della popolazione e con una natalità ai minimi storici”, ha osservato il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli. “Una delle sfide chiave per il Paese si giocherà -per Chelli – sulla capacità di valorizzare il capitale umano di cui disponiamo e potremo disporre”, a partire dai giovani e dalle donne. Senza una maggiore partecipazione al mercato del lavoro, per effetto delle dinamiche demografiche, nel 2050 l’Italia avrà oltre 5 milioni di lavoratori in meno: un incubo per le prospettive di crescita e la sostenibilità del welfare. Per evitare questo scenario, il contributo femminile sarà fondamentale. Oggi solo il 58,8% delle donne è attivo sul mercato del lavoro in Italia, contro il 71,2% della media europea. E anche quelle che lavorano si scontrano con quella che l’Istat definisce una “forte segregazione di genere”: metà dell’occupazione femminile è concentrata in sole 17 professioni, spesso meno remunerative, contro le 43 della componente maschile.

    A questa segregazione orizzontale si accompagna quella verticale: sebbene le donne rappresentino il 43% degli occupati totali, la loro quota scende al 25,3% nelle posizioni dirigenziali e manageriali. E in qualsiasi profilo si trovino, le donne guadagnano in media oltre 2 mila euro in meno dei colleghi. Le disuguaglianze sono altrettanto nette in famiglia. Nelle coppie in cui entrambi lavorano, le donne si fanno carico del 68,9% del lavoro familiare totale. Qualcosa sta lentamente cambiando: nel 2003 le donne avevano sulle proprie spalle il 75,4% delle faccende domestiche. Oggi, in particolare nella cura dei figli, gli uomini sono relativamente più coinvolti, ma la parità resta lontana.

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