Chernobyl 40 anni dopo: dal disastro alla solidarietà, 600mila bambini accolti in Italia

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    Aliaksandr ha 19 anni, alle spalle un’infanzia in orfanotrofio a Grodno, in Bielorussia, e una grave malformazione urogenitale che, fin dalla nascita, gli impediva di condurre una vita dignitosa, ora solo un brutto ricordo grazie ai chirurghi del Sant’Orsola di Bologna.

    Tania, 23 anni, è invece arrivata per la prima volta in Italia nel 2009 e oggi vive a Perugia, dove lavora nello studio commerciale del papà: da accoglienza temporanea, la sua, si è trasformata in un’adozione definitiva.

    E poi c’è un’altra Tania, oggi mamma 42enne, anche lei bielorussa: nonostante il tempo e la lontananza, non si è dimentica della famiglia umbra che, anche se solo per poche settimane, nel 1992 l’aveva accolta come una figlia e 34 anni dopo è tornata a ringraziarla con un semplice abbraccio.

    Sono solo tre delle storie più significative degli oltre 600mila bambini bielorussi che, insieme ad altri 100mila ucraini, negli anni sono stati ospitati, curati e amati dalle famiglie italiane durante le vacanze terapeutiche organizzate dopo il disastro nucleare di Chernobyl, di cui domenica 26 aprile ricorre il 40/esimo anniversario. Bambini nati nelle terre contaminate, spesso già segnati da storie drammatiche, che in Italia hanno avuto, in alcuni casi, anche un’occasione di riscatto e ‘rinascita’. 

    Il movimento spontaneo dei volontari

    Quasi 80mila di questi piccoli hanno trovato un sostegno grazie alla Fondazione Aiutiamoli a Vivere Ong, la prima a promuovere, a partire dal 1992, progetti di questo tipo: vacanze terapeutiche dai 30 ai 90 giorni all’anno per abbattere il livello delle radiazioni.

    Il primo gruppo di bambini bielorussi arrivati a Terni nel 1992

    “Gli oggettivi benefici fisici sono stati dimostrati, visto che l’Istituto nazionale delle ricerche bielorusso ha misurato che al ritorno a casa i bimbi presentano anche il 30% in meno di radiazioni”, spiega Fabrizio Pacifici, fondatore insieme a padre Vincenzo Bella della Fondazione, nata a Terni nel 1992 come movimento spontaneo e oggi diffusa sul territorio nazionale con circa 250 comitati e una rappresentanza anche a Minsk. 

    Accanto a quelli fisici, le vacanze hanno consentito di portare benefici anche psico-emotivi, dato che la maggior parte dei bimbi ospitati provengono già da situazioni di disagio, “circa 2/3 dagli orfanotrofi o 1/3 da situazioni di disagio sociale e malnutrizione” spiega ancora Pacifici.

    Il ‘miracolo’ di Aliaksandr

    “Infinite” le storie, drammatiche ma anche di speranza, che il ponte con la Bielorussia ha permesso di testimoniare negli anni. A partire dai casi purtroppo non rari di malformazioni genetiche, come appunto quella di Aliaksandr, nato senza apparato genitale, conosciuto durante una missione di monitoraggio dei volontari italiani e protagonista di un “piccolo miracolo”.

    Aliaksandr arriva in Italia a 13 anni, e nei suoi occhi i volontari leggono un semplice appello: “Aiutatemi, voglio vivere”. Una sfida che viene subito raccolta e così dal 2019 – anche grazie all’aiuto della Regione Emilia-Romagna – viene sottoposto a un lungo percorso chirurgico dell’ospedale Sant’Orsola volto a ricostruire l’apparato urogenitale, che si è concluso nel 2023.

    “Nel 2025 Aliaksandr ha compiuto 19 anni, conduce una vita senza le gravi limitazioni che la malformazione gli avrebbe comportato e la Fondazione gli è ancora vicino con l’invio delle spese personalizzate online”, spiega Pacifici. Il ragazzo ha trovato in Italia anche una grande famiglia, soggiornando, nei periodi post operatori, presso il Convento di Sant’ Antonio a Cattolica.

    Aliaksandr in una foto di qualche anno fa

    Dall’accoglienza all’adozione

    “Nel 2009 ha inizio la nostra bellissima avventura: decidiamo, quasi per caso, di aderire ad un progetto di accoglienza dei bambini di Chernobyl, e conosciamo Tania, che oggi è nostra figlia”: è così che inizia la testimonianza dei coniugi Bicorgni-Bovini, oggi a tutti gli effetti genitori di Tania, arrivata per la prima volta in Italia quando aveva 7 anni.

    Tania con i genitori

    “Era una piccola Pippi Calzelunghe”, ma “subito ci innamoriamo di lei”, dicono. La prima esperienza di accoglienza non è semplice per la sua vivacità, ma nonostante tutto viene accolta anche a Natale e poi l’estate successiva per tre mesi. Il rapporto con lei e la sua famiglia affidataria in Bielorussia si fa via via sempre più forte e quotidiano, l’affetto reciproco cresce di anno in anno, come i viaggi da e verso l’Est, anche in occasione dei compleanni di Tania. “Cominciamo a maturare l’idea di un eventuale adozione”.

    E’ un evento drammatico, poi fortunatamente superato, a renderla possibile. “Nell’estate del 2016, mentre siamo in vacanza ad Ischia, durante una festa in albergo, Tania si sente male: si accascia a terra, perde conoscenza” si tratta “di una crisi epilettica”. L’epilessia mette in ansia la famiglia bielorussa, che vive in un piccolo paese agricolo poco distante da Chernobyl e che è abbastanza distante dagli ospedali, e non sa quindi come gestire la situazione, tanto che a gennaio 2017 decide di interrompere l’affido.

    Tania si sente di nuovo “rifiutata”, impaurita, sola. Ma due mesi dopo la svolta: viene dichiarata “adottabile”, a luglio può finalmente vivere con la sua nuova famiglia. “C’è voluto qualche anno prima che superasse psicologicamente i mesi passati in Istituto e anche l’epilessia. Ma oggi Tania sta bene, è una ragazza serena e felice”.

    L’altra Tania

    Era invece una delle prime bambine bielorusse accolte nel 1992, l’altra Tania. Allora era solo una bambina di 7 anni, fragile e curiosa, arrivata in Italia con negli occhi le ombre di una tragedia, ma anche la speranza di ritrovare serenità.

    A Terni dalla sua famiglia ‘affidataria’ non era più tornata, ma qualche settimana fa, il suo ritorno in Umbria è stato un momento di commozione autentica. Ha potuto riabbracciare a famiglia che la ospitò nel 1992, accompagnata da suo figlio Elay e da sua madre Tatiana, anche lei da sempre accompagnatrice e interprete dei gruppi di bambini bielorussi ospitati in Italia.

    Tania, la seconda a destra, ha riabbracciato la sua famiglia ospitante dopo 34 anni

    Chi non ce l’ha fatta

    Non sempre però si può raccontare il lieto fine: risale al 1995 la perdita del primo bambino ospitato in Italia vittima del disastro nucleare: Andrej era malato di leucemia, venne trapiantato con midollo osseo non compatibile all’ospedale di Perugia insieme al giocatore della Juventus Andrea Fortunato. Entrambi non riuscirono a sopravvivere lasciando un segno indelebile nel ricordo della Fondazione. 

    Una storia che ancora oggi nessuno riesce a dimenticare, ma che ebbe come risultato un ulteriore approfondimento in termini di ricerca scientifica e, soprattutto, fu una ulteriore spinta per l’accoglienza temporanea terapeutica, che ebbe una crescita esponenziale fino a raggiungere le 36.000 accoglienze annue in altrettante famiglie italiane. 

    I nuovi progetti

    Oggi anche a 40 anni di distanza dal disastro, di questi progetti, ce ne sarebbe ancora bisogno, visto “che gli effetti delle radiazioni si continuano a manifestare anche nelle nuove generazioni”, spiega Pacifici. Ma a causa delle sanzioni nei confronti della Bielorussia e della pandemia, le accoglienze sono state bloccate.

    Nel 2022 è stato possibile accogliere i bambini malati di fibrosi cistica con le loro mamme e avviare un altro progetto pilota. La solidarietà è stata dirottata anche verso altre iniziative in Brasile, Congo, Palestina, Ecuador e Albania, legate sempre da un filo comune: aiutare i bambini, coloro che di fronte a guerre, povertà ed emergenze pagano sempre il prezzo più alto.

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