Poche donne, con retribuzioni mediamente più basse di oltre il 13% rispetto agli uomini. Il settore metalmeccanico resta a netta prevalenza maschile: a fine 2025 il totale di addetti e addette nelle 1.104 aziende censite sul territorio nazionale è di 387.621, di cui le donne sono 75.965, ovvero il 19,6% della forza lavoro del settore, in leggero calo rispetto al biennio 2022-23 (20,6%). E’ quanto emerge dal report della Fim-Cisl sui Bilanci relativi alla situazione di genere nelle aziende metalmeccaniche nel biennio 2024-2025.
La maggiore presenza femminile anche in questo biennio si trova nella categoria impiegatizia con le donne al 27,99%, mentre nella categoria degli operai resta molto contenuta ed è pari al 12,14%. Al contrario la presenza femminile nelle posizioni apicali risulta in crescita per il terzo biennio consecutivo: le donne dirigenti sono al 19,67%, quadri al 22,42%.
Si conferma, tuttavia, il gap retributivo: nel settore metalmeccanico la retribuzione media annua lorda di un lavoratore dipendente è pari a 44.260 euro, quella di una lavoratrice dipendente è pari a 38.313 euro, marcando quindi una differenza salariale media annua lorda di genere pari a -13,44%. E se si aggiungono le voci accessorie (come straordinari, superminimi, benefit) il gap sale al -19,94%. Ma allo stesso tempo il report della Fim sottolinea come nelle aziende con contrattazione di secondo livello il divario scenda al -9,77%. L’effetto risulta comunque ancora più negativo a lungo termine: con un divario pensionistico del -30% a svantaggio delle donne, alla fine della vita lavorativa.
Comparando le retribuzioni medie annue lorde per qualifiche nel settore metalmeccanico, il report della Fim-Cisl registra le maggiori differenze retributive di genere nelle posizioni apicali: fra i dirigenti uomini e donne le differenze medie sono del -17,49%, seguite dal -21,98% fra gli operai, -16,87% fra gli impiegati, -8,16% fra i quadri, sempre a svantaggio della componente femminile. La tipologia contrattuale prevalente del settore metalmeccanico si conferma quella del tempo indeterminato (al 97%).
Mentre il lavoro part time resta marginale e si attesta al 3,28%: ad usarlo sono soprattutto le donne, sottolinea ancora il report, spesso costrette ad un utilizzo forzato per far fronte alla gestione delle situazioni di cura. Quanto alla formazione, delle 1.104 aziende esaminate, 944 dichiarano di svolgere attività formativa coinvolgendo 281.654 lavoratori, di cui 55.119 donne. Le ore totali pro capite di formazione sono 23,51; per gli uomini 24,63 e per le donne 19,92.
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