C’è Achille che sacrifica prigionieri troiani in onore di Patroclo ucciso da Ettore, c’è il demone Charun, reinterpretazione del mito greco secondo la sensibilità etrusca, pelle bluastra e armato di martello, accompagnato dalla figura alata di Vanth. C’è la liberazione di Celio Vibenna da parte del fratello Aulo e di Macstarna, identificato dalla tradizione con il futuro re di Roma Servio Tullio, in una scena di eccezionale importanza storica e politica. E c’è il più lungo fregio animalistico noto dell’antichità, popolato da grifoni, leoni, pantere, cervi, cinghiali e altre creature reali e fantastiche.
Il ciclo di affreschi che decorava la cosiddetta Tomba François, che deve il suo nome a quello di Alessandro François, l’archeologo che l’aveva scoperta nel 1857 a Vulci, acquistato dallo Stato italiano per 15 milioni di euro, è uno straordinario intreccio tra mito greco, memoria storica etrusca e costruzione dell’identità aristocratica di Vulci. Insomma, come dice il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, “è una testimonianza identitaria della civiltà etrusca e del ruolo centrale che essa ha avuto nella formazione culturale dell’Italia antica”, un intreccio di miti che fonda la nostra civiltà. Con la firma dell’atto di compravendita, avvenuta al ministero della Cultura, uno dei più importanti capolavori della pittura etrusca e della pittura antica viene definitivamente consegnato alla piena fruizione pubblica, portando a termine quel percorso avviato oltre un secolo fa, quando già nel 1921 lo Stato manifestò il proprio interesse per l’acquisizione. Dal 25 giugno verrà collocata in via definitiva al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e per l’occasione, grazie anche alla collaborazione di alcune delle più prestigiose istituzioni museali italiane e internazionali, sarà possibile ricomporre idealmente il contesto originario del monumento.
Il Musée du Louvre, il British Museum, il Royal Museum of Art and History di Bruxelles, il Musée cantonal d’archéologie et d’histoire di Losanna, i Musei Vaticani e l’Istituto Archeologico Germanico di Roma hanno infatti concesso prestiti eccezionali che permetteranno di riunire reperti, documenti, copie storiche e opere provenienti dal corredo della tomba o connesse alla sua vicenda collezionistica. La Tomba, che risale al IV secolo a.C, apparteneva ai Saties, una delle più importanti famiglie aristocratiche di Vulci. Quando venne scoperta, durante scavi nella necropoli di Ponte Rotto nell’aprile 1857, il ciclo di affreschi che ne costituiva la decorazione fu staccato dalle pareti e suddiviso in pannelli per ordine del principe Alessandro Torlonia, quindi trasportato nel 1863 a Villa Albani a Roma. Se la tomba era già visitabile al Parco naturalistico ed archeologico di Vulci, il ciclo pittorico era rimasto di proprietà privata degli eredi Torlonia e visibile solo in rare occasioni di mostre temporanee. È da loro, e in particolare dagli eredi delle famiglie Torlonia, Sforza Cesarini e Gaetani, che ne erano proprietari, che il ministero della Cultura ha acquistato, dopo un lungo lavoro condotto dalla direzione generale Musei, guidata da Massimo Osanna e dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, diretto da Luana Toniolo. Proprio ieri sera il ministro della Cultura aveva mandato un messaggio di saluto al festival Cinema in piazza, scusandosi per la sua assenza, dovuta, aveva detto, al protrarsi di una “riunione al ministero per una questione molto importante che scoprirete domani e che non posso annunciare adesso”.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA








