Giorgia Meloni parla di “porte aperte” al dialogo ma il premier time al Senato alla fine diventa uno scontro aperto con le opposizioni su diversdi temi. Il presidente del Consiglio non rinuncia a rispondere, punto su punto, alle “accuse e agli insulti” che, secondo lei, sono le uniche armi che affilano le minoranze quando la chiamano in Parlamento.
Giorgia Meloni affronta dunque il Senato con un copione oramai rodato, che vede il suo clou nei battibecchi soprattutto con l’ex premier Matteo Renzi. Non alza nemmeno troppo la voce, anche se non può fare a meno di lanciare un affondo contro “lo sperpero” del Superbonus, una “ipoteca” lasciata sui governi futuri (a partire dal suo) né di sottolineare con tono piuttosto ironico alcuni risultati del suo esecutivo, per rispondere alle critiche delle opposizioni.
Una di quelle che la picca di più è quella del Pd. A Francesco Boccia che le chiede se abbia idea delle difficoltà delle famiglie, Meloni ha gioco facile a rispondere che lei al supermercato ci è stata “anche sabato scorso”, e, anzi, quello che ha potuto capire è che “attorno al governo c’è ancora tanto tanto affetto dopo quattro anni”. Antipasto di campagna elettorale, commenta più di qualcuno a fine giornata, visto che oramai l’esecutivo è quasi al giro di boa dell’ultimo anno di legislatura. Il premier question time si apre apparentemente in discesa, con Carlo Calenda – una delle forze di opposizioni più dialoganti – che le chiede se non sia il caso, vista la situazione internazionale sempre più impegnativa, di mettersi tutti a sedere attorno a un tavolo in una vera e propria “cabina di regia” per affrontare la crisi, aggravata dalla nuova guerra del Golfo.
Ecco allora toni morbidi e reciproci ringraziamenti, salvo una puntualizzazione del leader di Azione davanti al rischio, paventato dalla premier, che la richiesta di dialogo non si trasformi in una “passerella a Palazzo Chigi”. Nessuna passerella “sul salario minimo”, precisa Calenda, dopo che Meloni aveva aperto sì ma “a chi abbia voglia di mettere da parte l’interesse di partito per l’interesse nazionale”.
Non vuole un bis di quanto accaduto con l’inizio del conflitto in Iran, Meloni, che ha appena proposto un tavolo di confronto pure sulla legge elettorale, ricevendo da parte delle opposizioni un sostanziale niet, perché troppo tardiva come idea a testo bello e confezionato e già all’esame della Camera. Ma il momento è “particolarmente complesso” e le “tensioni geopolitiche” avranno “un impatto sulla crescita”, avverte la premier elencando tutte le misure già messe in campo dall’esecutivo contro il caro-energia. E rivendicando che “entro l’estate” il quadro normativo sarà pronto anche per “la ripresa della produzione nucleare in Italia”.
Subito dopo Calenda è la volta di Renzi, che non perde l’occasione di sferzare la premier elencando tutte le defaillance che ha avuto finora quello che, a suo avviso, più che un governo sembra “la famiglia Addams”. Ma “non ho offeso nessuno, al massimo si potrebbero offendere Morticia o lo zio Fester”, rintuzza il leader di Italia Viva. il battibecco tra i due prosegue anche sul piano casa: “potrò decidere io quali sono le priorità del governo”, risponde ironica.
C’è poi la tregua dell’interrogazione di Noi Moderati, attraverso la quale Meloni può rivendicare il salario giusto appena approvato, e la ripresa, “seppure lenta” del potere di acquisto delle famiglie. “Sappiamo che c’è ancora tanto lavoro da fare”, il refrain che ripete,che si tratti di occupazione (insiste sui “risultati record” e sulla precarietà ridotta), di giovani che scappano all’estero (una questione oramai “strutturale” e da affrontare perché restare, o tornare sia “una scelta competitiva” e non come ora “un atto di coraggio”), di Pil o di tasse.
Il governo “le ha abbassate” e continuerà a farlo perché vuole sostenere “chi lavora e produce, non chi vive di rendite e privilegi”, dice Meloni sfruttando la domanda di FdI per cercare di smontare la critica sull’aumento “della pressione fiscale”. Succede perché “c’è più gente che paga le tasse perché lavora”, o perché “si è efficaci” nella lotta all’evasione, sottolinea spiegando che la pressione fiscale è il rapporto “tra le entrate dello Stato e il Pil”.
Ma le tasse sono calate, rivendica, e anzi, “lo confesso – dice con asprezza – perché abbiamo avuto il coraggio di aumentare qualche tassa” ma “su banche, assicurazioni e società energetiche”. Quello che non hanno fatto altri, è il sottotesto, che invece hanno sprecato “174 miliardi” per il Superbonus che “finiremo di pagare nel 2027”. Il debito – e il suo bersaglio è il Movimento 5 Stelle mentre a Palazzo Madama arriva anche Giuseppe Conte, a salutare i suoi senatori dopo l’assenza per la malattia – aumenta solo per quello. Quindi, respinge le critiche, “la morale sul debito anche no”.
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