Medio Oriente: muro contro muro Usa-Iran, la tregua appesa a un filo

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    La risposta iraniana alla proposta Usa per chiudere la guerra e la conseguente reazione scomposta di Donald Trump sono l’ennesima iniezione di incertezza e tensione sul conflitto in Medio Oriente: il cessate il fuoco “è debolissimo, attaccato alle macchine per sopravvivere, dopo quella proposta spazzatura che ci hanno mandato” e “ha l’1% di chance di tenere”, ha sentenziato il tycoon. Ma se da una parte il presidente Usa boccia “l’inaccettabile” replica di Teheran e valuta anche la ripresa dell’operazione Project Freedom a Hormuz, dall’altra ritiene una soluzione diplomatica ancora “molto possibile”, seppur bollando come “indegna” la leadership della Repubblica islamica. Una soluzione che tuttavia sembra essere congelata, almeno fino all’attesissima visita di Trump a Pechino da Xi Jinping, considerata chiave anche per le sorti della guerra mediorientale.

    “Pur mantenendo la diffidenza nei confronti del nemico”, anche Teheran “ritiene possibili i negoziati”, ha detto il presidente Masoud Pezeshkian. Tuttavia, devono proseguire “da una posizione di dignità, saggezza e opportunità” con l’Iran che promette di rispettare un eventuale accordo che sia “in linea con le preoccupazioni della Guida Suprema e gli interessi del popolo iraniano”. In questo senso, la Repubblica islamica ha bollato le richieste statunitensi “eccessive” in un piano che “avrebbe significato la sottomissione di Teheran. Al contrario, le proposte iraniane “sono generose e razionali”, secondo il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei: riparazioni di guerra, sovranità dell’Iran sullo Stretto di Hormuz, fine delle sanzioni, oltre chiaramente alla fine immediata della guerra e del blocco navale statunitense, con la garanzia che l’Iran non sarà attaccato nuovamente. Nessun impegno preliminare invece sul tema del programma nucleare, da affrontare secondo l’Iran nei successivi 30 giorni di negoziato, sebbene Teheran abbia ribadito la disponibilità alla diluizione di parte dell’uranio arricchito e al suo eventuale trasferimento in un Paese terzo.

    Donald Trump ha bocciato senza mezzi termini la lettera iraniana: “Pensano che io senta pressione. Non ho nessuna pressione”, ha assicurato il tycoon. Ma intanto, le conseguenze della guerra si fanno sentire anche negli Stati Uniti, tanto da spingere il presidente a sospendere l’imposta federale sulla benzina “per un certo periodo di tempo”. In ogni caso, il leader americano è convinto che avrà “una vittoria completa”. Ma se le parole sono al vetriolo, lo scontro verbale non ha visto immediate conseguenze sul terreno: la notizia di un drone abbattuto dall’Iran nel sudovest non sembra aver perturbato la fragile tregua, mentre niente è cambiato a Hormuz, dove le navi continuano a passare col contagocce. Anche Israele, impegnato sul fronte libanese ormai di fatto riaperto, attende ma si prepara, con Netanyahu che ha convocato una riunione sulla sicurezza proprio a seguito della risposta iraniana agli Usa.

    Una calma nervosa che racconta di un’attesa che sembra guardare a Pechino: secondo la Cnn, i colloqui tra Stati Uniti e Iran non faranno progressi significativi prima dell’incontro tra Trump e Xi Jinping, previsto per la fine di questa settimana. Stando a una fonte regionale citata dall’emittente, l’andamento del negoziato dipenderà infatti “dagli esiti della visita del presidente Trump a Pechino”, che con ogni probabilità coinciderà con quella del capo della diplomazia iraniana Abbas Araghchi a Delhi per la riunione dei ministri degli Esteri dei Brics. Una riunione dove è probabile che partecipino anche i ministri degli Esteri di Arabia Saudita ed Egitto, tra i Paesi che facilitano il dialogo informale tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan. Teheran sta provando già ad agitare le acque sottolineando, tramite il suo ambasciatore a Pechino Abdolreza Rahmani Fazli, che la Repubblica islamica è “pronta a sostenere il piano in quattro punti” la pace e la stabilità in Medio Oriente di Xi. Presentato il mese scorso, quella del leader cinese è una proposta che enuncia più che altro principi generali: coesistenza pacifica, rispetto della sovranità nazionale e del diritto internazionale, coordinamento sulla sicurezza. Ma fa il paio con un piano più specifico di 5 punti, elaborato col Pakistan e presentato a fine marzo.

    E soprattutto, sta a indicare che il Dragone non è mero spettatore di una guerra che, seppur lontana, lo tocca politicamente ed economicamente. Lo sa bene Donald Trump, che a Pechino dovrà probabilmente scendere a compromessi per potersi aggiudicare il sostegno della Cina nella guerra. 

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