I racconti di Plinio il Giovane datati 79 d.C. rivisti con l’intelligenza artificiale in un una ricostruzione digitale del passato che incontra il futuro. Si perché per la prima volta il Parco archeologico di Pompei ha utilizzato strumenti di IA per proporre, in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova, una ricostruzione digitale basata sulle indagini condotte dagli archeologi del Ministero della Cultura.
La ricostruzione riguarda un uomo morto durante l’eruzione del Vesuvio, che distrusse la città nel 79 d.C., ritrovato con un mortaio di terracotta, verosimilmente utilizzato per proteggersi il capo dalla caduta di lapilli e frammenti vulcanici. Il tutto basato sulle descrizioni di Plinio il Giovane, testimone oculare, che in una lettera riferisce come le persone in fuga dal vulcano cercassero di difendersi dall’eruzione con oggetti o cuscini legati alla testa.
“Pompei è forse il luogo più prestigioso al mondo per la ricerca archeologica – sottolinea il ministro della Cultura, Alessandro Giuli – dove ogni nuova scoperta illumina in modo entusiasmante la trama della vita antica. Le indagini condotte con questi scavi dimostrano che le metodologie innovative, utilizzate con rigore, possono regalarci nuove prospettive storiche”.
Il rinvenimento è avvenuto durante i recenti scavi nell’area della necropoli di Porta Stabia, appena fuori le mura dell’antica Pompei. Gli archeologi impegnati sul campo hanno portato alla luce i resti di due uomini in fuga verso la costa durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Uno di loro, più giovane, fu probabilmente travolto da una nube ardente di cenere e gas tossici. L’altro, più adulto, morì qualche ora prima sotto una fitta pioggia di lapilli, cercando di proteggersi la testa con un mortaio di terracotta ritrovato accanto al corpo.
Inoltre, portava con sé una lucerna in ceramica per orientarsi in condizioni di scarsa visibilità, un piccolo anello in ferro al mignolo sinistro e un gruzzolo di dieci monete in bronzo. Il modello digitale, che propone una ricostruzione della seconda vittima, è stato generato attraverso una combinazione di intelligenza artificiale e tecniche di fotoritocco, con l’obiettivo di restituire un’immagine scientificamente fondata ma accessibile a tutti in modo da rendere i risultati delle ricerche archeologiche accessibili a un pubblico di non specialisti.
“La vastità dei dati archeologici a Pompei è ormai tale che solo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale saremo in grado di tutelarli e valorizzarli – spiega il direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel -. Ed è importante che noi archeologi ce ne occupiamo in prima persona, perché altrimenti lo faranno altri al posto nostro che non hanno le basi umanistiche e scientifiche necessarie”.
“Il progetto apre una riflessione più ampia sull’impiego dell’IA in archeologia – aggiunge il professor Jacopo Bonetto dell’Università di Padova – una tecnologia che può contribuire al miglioramento degli strumenti di comunicazione”.
“Duemila anni dopo l’IA – spiega il professor Luciano Floridi, founding director del Digital Ethics Center a Yale – ci aiuta a ricostruire gli ultimi momenti di Pompei. L’intelligenza artificiale non sostituisce l’archeologo. Sotto il suo controllo, ne amplia le potenzialità e rende accessibile a molti ciò che prima era leggibile solo per pochi”.
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