La Corte penale internazionale ufficializza il deferimento dell’Italia sul caso Almasri

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    Il confronto finale sul caso Almasri si consumerà a New York, dal 7 al 17 dicembre, al punto 21 dell’agenda dell’Assemblea degli Stati Parte della Corte penale internazionale. È lì che confluiscono i casi di “non cooperazione” e che sarà esaminato il deferimento dell’Italia. A oltre due mesi dalla decisione di portare Roma al massimo livello di scrutinio, la Cpi ne ha formalizzato i termini, aprendo una nuova fase nella disputa diventata un vero e proprio banco di prova per i rapporti tra il governo e la giustizia internazionale.

    Prima della resa dei conti, l’Italia potrà comunque dialogare a porte chiuse con l’ufficio di presidenza dell’Assemblea per chiarire quanto accaduto e indicare come intende riallinearsi agli obblighi di cooperazione. Una finestra che a L’Aja viene letta come “un’opportunità di de escalation”, utile a Roma per costruire una posizione più solida e contenere l’impatto politico del dibattito. Nello scenario migliore, il caso potrebbe chiudersi soltanto con un richiamo, giudicato dagli addetti ai lavori comunque “tutt’altro che indolore sul piano reputazionale”. Già il 17 ottobre scorso la Camera preliminare I della Cpi aveva messo nero su bianco il mancato rispetto degli obblighi dello Statuto di Roma. Il governo – si leggeva nelle motivazioni – non ha eseguito correttamente la richiesta di arresto e consegna del generale libico – accusato di torture, prima fermato in Italia e poi rimpatriato da un aereo dei servizi segreti – né ha attivato i canali di consultazione previsti. Il deferimento è poi arrivato il 26 gennaio.  Dai documenti della Corte è tuttavia emersa una questione più ampia: la reale disponibilità dell’Italia a cooperare “pienamente”, oggi e in prospettiva. Le aperture di Roma sono state ritenute insufficienti: gli impegni restano condizionati da fattori – sicurezza nazionale, equilibri geopolitici, diritto interno – che, nella lettura dei giudici, rischiano di svuotare un principio non negoziabile. Il richiamo resta netto: la cooperazione non può essere a geometria variabile e il diritto interno non può fungere da scudo.

    Nel caso Almasri, inoltre, il governo – secondo la Corte – non ha chiarito fino in fondo né l’impatto dei procedimenti interni che hanno coinvolto i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano (poi archiviati dal Parlamento), né il possibile ruolo della Corte costituzionale, evocata ma mai attivata. Il passaggio all’Assemblea sarà uno snodo ad alta tensione: dagli Stati parte potranno arrivare richieste di chiarimento, di interventi normativi e di impegni più stringenti. Molto si giocherà nell’interlocuzione informale dei prossimi mesi, con l’Italia che avrà lo spazio per mettere sul tavolo misure concrete – legislative o amministrative – e rafforzare i meccanismi di cooperazione con la Corte.

    Un primo passaggio è già avvenuto, con un rappresentante del governo che è stato convocato al bureau di presidenza dell’Assemblea per illustrare la linea di Roma. Lo stesso ufficio attiverà ora il monitoraggio e a dicembre presenterà la sua relazione con eventuali raccomandazioni: il comportamento del governo da qui ad allora peserà direttamente sul tono – e sull’esito – di un confronto che continua a produrre effetti anche sul piano interno. Anche in Italia il caso Almasri è tutt’altro che concluso. La prossima settimana il Parlamento voterà sul caso Giusi Bartolozzi, decidendo se sollevare un conflitto di attribuzione nei confronti della procura di Roma per il ruolo dell’ex capo di gabinetto di Nordio nella stessa vicenda. Un passaggio che potrebbe tradursi in uno scudo per l’ex braccio destro del ministro. Parallelamente, per Bartolozzi i pm capitolini hanno appena chiesto il rinvio a giudizio.

       

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