Donald Trump avverte la Nato, minacciando un futuro “molto negativo” se gli alleati non contribuiranno a garantire l’apertura dello Stretto di Hormuz. In una intervista al Financial Times il presidente degli Stati Uniti ‘chiama’ anche la Cina: “Dovrebbe aiutare, il 90% del suo petrolio viene da lì”, dice, e attende una risposta prima del viaggio per incontrare Xi a fine mese, che potrebbe essere anche rimandato. Pechino: “Gli Usa correggano subito i loro comportamenti scorretti sul commercio”. Dal tycoon intanto nuove minacce e accuse a Teheran: “Possiamo colpire Kharg in 5 minuti, fanno disinformazione con l’IA”. Le compagnie petrolifere lo avvisano: è probabile che la crisi peggiori. Intanto Israele ritiene che servano “almeno altre tre settimane” di guerra, perché “restano migliaia di obiettivi da colpire”, e lancia nella notte una offensiva su larga scala contro Teheran. L’Iran non tratta e invita gli alleati degli Usa a “non fare niente che provochi un allargamento del conflitto”. Droni contro Dubai, sospesa l’attività dell’aeroporto. L’Ue intanto valuta un rafforzamento della missione navale Aspides, ma non si sbilancia sulle navi a Hormuz, mentre Londra pensa a mandare droni dragamine. Il dossier oggi al Consiglio Esteri.
La durata della guerra nel Golfo resta un’incognita, nonostante Donald Trump abbia più volte detto che l’avrebbe chiusa “presto”. Proprio il presidente americano, nella sua ultima valutazione, ha fatto sapere di “non essere ancora pronto a fare un accordo con Teheran”, perché “i termini non sono ancora abbastanza buoni”. “Sì, stiamo parlando con loro – ha detto poi – Ma non credo che siano pronti. Ci stanno però arrivando piuttosto vicino”.
Sulla stessa linea c’è Israele, che prevede almeno altre tre settimane, perché restano da colpire ancora “migliaia di obiettivi”. E’ un segnale che il regime degli ayatollah, pur indebolito, sta mostrando capacità di resistenza sottovalutate, come dimostrano i continui attacchi nel Golfo e il persistente blocco di Hormuz. Una linea all’insegna della rappresaglia confermata dal governo di Teheran, che “non vede alcuna ragione di negoziare”, mentre i Pasdaran hanno sfidato Benyamin Netanyahu, promettendo di ucciderlo.
Con il conflitto entrato nella terza settimana, Trump è apparso vago sulla sua strategia. Il tycoon in un’intervista alla Nbc ha sostenuto che l’Iran voglia “stringere un accordo”, ma ha chiarito che i termini per chiudere la partita dovrebbero essere “molto solidi” e ancora non lo sono. Nessuna risposta su quali sarebbero questi termini, salvo un laconico “non voglio rivelarlo”. L’unico punto fermo è quello di impedire agli ayatollah di dotarsi di un’arma nucleare, ma per il resto i funzionari dell’amministrazione hanno inviato messaggi contrastanti sugli obiettivi complessivi dell’operazione Epic Fury-Ruggito del Leone. La retorica del commander in chief sul fatto che “non c’è più niente da distruggere” in Iran fa a pugni con la realtà di una forza armata nemica ancora in grado di lanciare missili e droni (seppur con meno intensità) su Israele e sui Paesi del Golfo. Compresa la base in Kuwait che ha colpito e distrutto un drone del contingente italiano.
In questo senso l’Idf ha mostrato maggiore pragmatismo sui tempi del conflitto. “In coordinamento con i nostri alleati, abbiamo piani fino almeno a Pesach (la Pasqua ebraica), tra circa tre settimane”, ha dichiarato alla Cnn il portavoce Effie Defrin, puntualizzando che sono pronti piani “anche per le tre settimane successive”.
Neanche sul fronte di Hormuz si intravedono svolte a breve. I primi bombardamenti americani sull’isola di Kharg, snodo da cui passa il 90% dell’export di greggio iraniano, non sono bastati a convincere Teheran a sbloccare il traffico nello Stretto. Trump non ha deciso come procedere, salvo chiedere assistenza militare ad altri Paesi, inclusa la Cina, senza tuttavia ricevere risposte concrete. Washington sta temporeggiando sull’invio di navi da guerra, perché gli ufficiali della Marina affermano che i droni e i missili antinave iraniani potrebbero trasformare l’area in una “zona di fuoco” per le proprie truppe. In quest’ottica, secondo quanto filtra dal Wall Street Journal, le due opzioni al momento sul tavolo sono due: uso più intenso della potenza aerea per colpire le postazioni di lancio iraniane, oppure l’impiego di truppe di terra per prendere il controllo del territorio intorno al canale.
La linea anti-negoziato dell’Iran è stata confermata dal capo della diplomazia: “Avevamo colloqui in corso quando hanno deciso di attaccarci ed è la seconda volta” che succede, ha sottolineato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi in riferimento ai raid Usa di giugno. “Questa guerra finirà quando saremo certi che non si ripeterà e che verranno pagate le riparazioni”, ha avvertito. Nella retorica del conflitto finiscono anche i leader. “Non so nemmeno se Mojtaba sia ancora vivo”, ha detto Trump a proposito della nuova Guida Suprema, che finora ha parlato solo tramite un messaggio letto dalla Tv di Stato. “Sta bene e governa l’Iran”, la replica di Araghchi. Analoghe provocazioni incrociate sulla direttrice Gerusalemme-Teheran. “L’incertezza sul destino del criminale primo ministro sionista rivela la crisi e l’instabilità dei sionisti”, il comunicato dei Pasdaran che rilanciano le boutade, rimbalzate sui social dei paesi amici di Teheran, secondo cui Netanyahu sarebbe morto. Ironica la risposta di Bibi: un video girato in un caffè domenica mattina mentre sorseggia un cappuccino.
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