Meloni spinge il sì, ma ‘non vogliamo liberarci delle toghe’

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    Le “persone perbene” votano sì. E’ la sintesi, stampata sulle magliette che vengono distribuite al Teatro Parenti di Milano, della spinta al referendum sulla giustizia che vuole imprimere Giorgia Meloni.

    Che si presenta sul palco milanese, unico comizio live della campagna elettorale, per dare l’ennesima stoccata a certa magistratura e a quella che Carlo Nordio chiama la “degenerazione correntizia” delle toghe, ma assicura allo stesso tempo che la riforma non è contro nessuno, tantomeno i giudici, e che il centrodestra certo non la vuole per “liberarci dei magistrati”.

    Parla una quarantina di minuti la premier, al termine di una lunga maratona oratoria che vede sui tre palchi del “teatro simbolo di Milano”, come lo definisce Ignazio La Russa, giornalisti, magistrati e alcune “vittime” di malagiustizia (c’è anche Francesca Scopelliti, ultima compagna di Enzo Tortora). Tutti con interventi di appena 4 minuti, scanditi dal jingle di Sal da Vinci “sarà per sempre sì”, utilizzato come un gong per segnalare che il tempo a disposizione è finito.

    Le tre piccole sale sono gremite, a sentirla tra gli altri Francesco Lollobrigida, Chiara Colosimo, Andrea Delmastro. Poco partito e molta società civile, compreso chi non è storicamente dalla stessa parte (c’è Luigi Marattin ma anche l’ex senatore dem Stefano Esposito).

    Non ci sono simboli del partito, solo le spillette verdi del sì e i cartelli che spronano al voto, anche se il primo ringraziamento la premier lo fa ai capigruppo (Galeazzo Bignami e Lucio Malan) e ai suoi Fratelli d’Italia che hanno organizzato la kermesse nel Teatro che “ha ospitato tutti, destra, sinistra, centro”, sottolinea La Russa per rispondere alle polemiche dei giorni scorsi per la concessione della location da parte della direttrice Andrée Ruth Shammah (“forse la contestano perché ebrea” dice poi dal palco).

    C’è anche un piccolo fuori programma, Orazio Maurizio Musumeci sale sul palco chiedendo le dimissioni di Sergio Mattarella – lui stesso si era proposto nel 2013 – e a Meloni poi regala il suo libro. La premier lo guarda con perplessità, quindi inizia il suo discorso.

    Certo c’è la crisi ma altrettanto importante è esserci, per il “traguardo epocale” che potrebbe essere riuscire finalmente a portare a casa una riforma “strutturale” della giustizia. Perché tutti gli “sforzi” finora sono sempre “naufragati” a causa “dell’interdizione esercitata dall’Anm o da gruppi di magistrati che avevano grande notorietà mediatica”.


     

    Ma la riforma, aggiunge, servirà proprio “per il bene di tanti magistrati capaci che nella loro carriera sono stati mortificati perché non si sono piegati alla logica delle correnti”. E infatti è sostenuta “da molti magistrati in servizio” a conferma “che non è contro” di loro. La riforma, aggiunge la premier impegnata a smontare “le tante falsità”, “non è di parte e lo conferma il fatto che molti esponenti della sinistra” sostengono il sì.

    Poi arriva l’affondo: se la riforma non dovesse passare “ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera” ma anche “immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà”, o ancora “figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco”.

    Tutti riferimenti a casi giudicati di malagiustizia che la premier ha snocciolato, in queste settimane, in tv o in video messaggi per spingere i cittadini a non “girarsi dall’altra parte”. Andate a votare, votate sì, è l’appello che fa Meloni dal palco, invitando di nuovo a spendere quei “cinque minuti” che servono ad “aprire una pagina nuova nella nostra nazione”. Poi il classico selfie dal palco con tutta la platea che espone i cartelli per il sì. E subito il rientro a Roma, dove la aspetta la gestione della crisi innescata dalla guerra in Iran che, temono a taccuini chiusi, possano tenere anche i più favorevoli al sì lontani dalle urne.

    Schlein: ‘La riforma serve a chi pensa che il governo non vada giudicato. Non vogliamo che ci serva’

    “Questa riforma serve a un governo che pensa che prendere un voto in più alle elezioni vuol dire che non devi essere giudicato”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein, a Venezia per sostenere il No al referendum costituzionale.

    “Serve a un governo che si mette addirittura a dire ai giudici quali capi di imputazione dovrebbe perseguire, che evidentemente vuole decidere quali reati bisogna perseguire e quali magari un po’ meno”, ha aggiunto Schlein. La segretaria Dem ha ricordato le parole della capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, e ha affermato che “questo governo pensa di poter decidere chi può fare il giudice e chi non può fare il giudice, magari a seconda che gli piacciano o meno le decisioni che ha preso”. 

    La riforma costituzionale “non vogliamo che ci serva perché noi andremo al governo, vincendo le prossime elezioni politiche, e vogliamo essere controllati perché pensiamo che chi governa sia soggetto come tutti i cittadini e le cittadine a un controllo di legalità”, ha proseguito Schlein replicando al ministro Carlo Nordio che aveva sostenuto come la riforma potesse essere utile anche all’opposizione.

    Mantovano: ‘Da Gratteri non semplici opinioni ma minacce’

    “Se sommo l’organizzazione della resistenza alla legge del governo, la sua teorizzazione in pubblico preventiva e poi provvedimenti fotocopia, qualche dubbio che qualcosa non funzioni c’è”. Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, a Sky Tg24, in merito ai provvedimenti della magistratura in materia di immigrazione. “Viene il dubbio che di fronte a una motivazione uguale per tutti non ci sia una sorta di pregiudizio”, ha aggiunto Mantovano riferendosi alle sentenze “fotocopia”. Quelle di Gratteri sono “espressioni che certamente quando vengono adoperate da un procuratore della Repubblica non sono semplici opinioni, soprattutto quando hanno un velo neanche tanto sottile di minaccia nei confronti di un giornalista”. “Lo strappo più significativo che oggi si sta realizzando è interno alla magistratura, perché sono centinaia i magistrati che si stanno esprimendo per il Sì, decine e decine anche pubblicamente e nei loro confronti è nato un ostracismo, una marginalizzazione all’interno del corpo della magistratura: queste sono ferite che andranno ricucite il prima possibile, perché magari gli stessi magistrati si ritroveranno chi ha sostenuto il No pubblicamente e chi il Sì nel medesimo collegio giudicante: non vorrei trovarmi da quelle parti quando si riuniranno in camera del consiglio”.

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