L’Iran: ‘Non ci arrenderemo mai’ e si scusa con il Golfo. Per la prima volta Israele attacca i depositi di petrolio

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    L’Iran annuncia che lo stretto di Hormuz è chiuso solo per le navi americane e israeliane e risponde a Trump il giorno dopo l’ultimatum sulla resa incondizionata: ‘Non ci arrenderemo mai’.
    Nel settimo giorno della guerra nel Golfo, il presidente Pezeshkian si scusa con i Paesi vicini per i raid che promette di fermare se da lì non partiranno altre incursioni nemiche, ma Teheran attacca ancora la base Usa in Bahrein e nuove esplosioni scuotono Dubai, dove si registra un morto. Rebus successione, l’Assemblea degli Esperti annuncia entro 24 ore la scelta della
    nuova Guida suprema: l’erede designato Mojtaba Khamenei sarebbe ferito. Il leader Usa promette una nuova escalation di attacchi e valuta anche le truppe di terra. Poi attacca Londra e scagiona Putin: ‘Non sta aiutando l’Iran’. Washington invia una terza portaerei. Israele colpisce per la prima volta i depositi di petrolio. Blitz dell’Idf in Libano per ritrovare i resti di un
    aviatore: oltre 40 le vittime. 

    L’Iran si scusa con il Golfo ma i raid vanno avanti, ‘non ci arrenderemo mai’

    Il punto alle ore 22 italiane
    (di Stefano Intreccialagli)

    Le sirene d’allarme, le esplosioni, le scie dei missili e il rumore dei droni continuano a scandire il tempo di una guerra, quella lanciata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, che entra nella sua seconda settimana senza alcuna speranza di tregua. Perché se da una parte il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha spiazzato i leader mondiali offrendo “scuse ai Paesi vicini che sono stati attaccati” e segnalando l’impegno a non prenderli di mira a meno di raid contro la Repubblica islamica, dall’altra ha assicurato che Teheran “non si arrenderà mai agli Usa e a Israele”, mettendo in chiaro che le basi americane nella regione restano “un obiettivo legittimo”.

    Parole a somma zero che non cambiano la realtà sul terreno: i raid sul Golfo sono proseguiti per tutta la giornata, provocando anche un morto a Dubai. Attacchi osannati dall’ala più dura dell’establishment iraniano che intanto accelera sull’elezione della nuova Guida Suprema. “Abbiamo la fiduciosa speranza che, con l’aiuto di Dio, ciò possa avvenire nelle prossime 24 ore”, ha annunciato sabato pomeriggio l’ayatollah Hossein Mozaffari, membro di quel Consiglio degli 88 Esperti chiamato a scegliere l’erede di Ali Khamenei tra le pressioni del clero fondamentalista, dei pasdaran e dell’ala più moderata dell’establishment.

    A prima vista, le scuse offerte da Pezeshkian sono sembrate segnalare un cambiamento di tattica, a fronte della pressione diplomatica a cui Teheran è sottoposta per cambiare rotta per il rischio di unire l’intero mondo arabo contro l’Iran. Alcuni analisti militari hanno interpretato il discorso televisivo registrato del presidente come un tentativo di de-escalation in vista dell’esaurimento di scorte di munizioni della Repubblica islamica, trascinata in uno scontro militare più lungo e di più ampio raggio rispetto a quanto previsto.

    Con il passare delle ore, la portata delle dichiarazioni del presidente è stata tuttavia smorzata prima dal capo della magistratura iraniana – ed esponente della linea dura del consiglio triumvirato ad interim – Gholamhossein Mohseni Ejei, secondo il quale ci sono “prove” che alcuni Paesi della regione si siano messi “a disposizione del nemico” e di conseguenza, “i pesanti attacchi contro questi obiettivi continueranno”. In seguito, anche il potente presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha messo in chiaro che gli Stati che ospitano basi americane nella regione “non godranno della pace”. Posizioni che mostrano plasticamente il cortocircuito in corso all’interno della leadership iraniana nella partita per il futuro della guerra e della stessa Repubblica islamica.

    Di fronte a questo quadro, nessuno è rimasto sorpreso del fatto che gli attacchi iraniani siano proseguiti su tutta la regione. Gli Emirati hanno intercettato decine di missili e droni: a Dubai, una persona di origine asiatica è morta dopo che la sua auto è stata colpita dai detriti di un missile intercettato, mentre in mattinata lo scalo dell’emirato aveva sospeso per alcune ore le operazioni.

    In Bahrein, un attacco iraniano ha causato un incendio nella capitale Manama danneggiando una casa e altri edifici, mentre i pasdaran che hanno rivendicato di aver colpito la base Usa di Juffeir “in rappresaglia all’attacco dei terroristi americani all’impianto di desalinizzazione di Qeshm”. Esplosioni sono state udite a Doha, e l’Arabia Saudita ha dichiarato che un missile indirizzato verso una delle sue basi aeree è caduto in un’area disabitata.

    E in merito alle tensioni su Hormuz, sebbene il portavoce delle forze armate iraniane Abolfazl Shekarchi abbia assicurato che lo stretto “non sarà chiuso”, Teheran “non può garantire la loro sicurezza” e le navi di “Stati Uniti e di Israele saranno prese di mira dalle forze armate iraniane”, alimentando la crisi nel passaggio essenziale per i traffici commerciali ed energetici mondiali.

    Non è andata meglio sul fronte con Israele, dove la Repubblica islamica ha lanciato una serie di attacchi che ha fatto scattare gli allarmi a Tel Aviv e nel centro di Israele per tutta la notte, mentre l’Idf ha annunciato di aver distrutto 16 aerei nei raid sull’aeroporto di Mehrabad tra gli attacchi contro Teheran e Isfahan. E sullo scontro militare in Libano, un blitz delle forze israeliane per recuperare i resti di un pilota nel villaggio di Nabi Sheet, nell’orientale, ha provocato almeno 41 morti, secondo il governo di Beirut.    

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